Milano.
Il traffico è assordante. L’aria puzzolente e irrespirabile intorno al monumento delle “Cinque giornate di Milano”. Quasi nessuno si ferma a guardare l’opera dello scultore scapigliato Giuseppe Grandi. La scultura sta lì dal 1895 a ricordare le straordinarie “Cinque giornate” (18-22 marzo 1848) che videro la cacciata austriaca dalla città.
E’ il 150° dell’Unità d’Italia e così decido di fermarmi a guardare questo scenografico monumento alla memoria dei milanesi. Impiantato su una base di granito, svetta un obelisco bronzeo avvolto da allegoriche figure femminili e da un leone e un’aquila. Osservando bene ti accorgi pure che il monumento è ricoperto da una densa coltre di smog: è il prezzo che paghiamo ogni giorno alla modernità e alla società dei consumi.
L’imponete scultura sta a simboleggiare le gloriose giornate insurrezionali di Milano. Sì, perché è in questa piazza che si svolsero gli episodi più importanti delle cinque giornate milanesi. Erano ben 14000 i soldati, ben armati e organizzati, al comando dell’ottantaduenne feldmaresciallo Josef Radetzky a presidiare la città meneghina. Un numero non da poco. Ma ciò non bastò a fermare i rivoltosi.
La campana dell’insurrezione arrivò a Milano la sera del 17 marzo dopo le notizie che Vienna si era ribellata. C’è all’inizio incertezza su che fare. Da una parte il solito attesismo dei moderati, dall’altra la determinazione dei rivoluzionari. Passa la tesi della ribellione.
Il 18 esplode il moto popolare. Barricate vengono erette in città. La mattina del 19 se ne contano 1600 a bloccare vie e piazze con carri, materassi, panche e masserizie d’ogni genere. Ad aiutare e ad accatastare ci sono le donne e i “poveri” orfanelli dei Martinitt impegnati, fra l’altro, a portar ordini di barricata in barricata, come moderni pony express.
Il feldmaresciallo Radetzky sorpreso dall’iniziativa militare popolare si attesta con le sue truppe al Castello Sforzesco convinto di poter sbaragliare facilmente gli insorti.
L’improvvisato Consiglio di guerra municipale, che trova sede in via Bigli 7, chiama nel frattempo tutti i milanesi alle armi utilizzando, in modo creativo, persino dei palloni aerostatici per il volantinaggio dall’alto. L’iniziativa ha successo.
Il 22 gli insorti conquistano Porta Tosa. Dalla campagna altri patrioti entrano a Porta Comasina a dar man forte. In pratica la città è in mano ai ribelli. Il maresciallo austriaco decide a quel punto la ritirata strategica, non prima di scatenare un intenso bombardamento sulla città, a protezione delle sue truppe. Alle 11 Radetzky e i suoi sono in marcia verso Lodi. Milano è liberata.
Napoli.
Tempo fa sono passato nella città partenopea e mi sono ricordato che anche le “Quattro giornate di Napoli” (27-30 settembre 1943) hanno il loro bel monumento alla liberazione della città.
L’opera, dello scultore Marino Mazzacurati, è posizionata alla Riviera di Chiaia in piazza della Repubblica dal 1964 ed è dedicata agli scugnizzi del Vomero, simboli straordinari dell’insurrezione contro l’occupazione tedesca.
La scultura di pietra, imponente anch’essa, che ritrae sui quattro lati gli scugnizzi giace lì come quella milanese alle “Cinque giornate” tra l’indifferenza dei passanti e percorsa dal passaggio sfrecciante e roboante di moto e auto, incorniciata, per così dire, qua e là, dalla monnezza metropolitana (altro prezzo che paghiamo alla modernità).
Però, malgrado i mali che attanagliano la città, è bene ricordare a tutti coloro che lo ignorano che Napoli, prima ancora di Milano, ha avuto il suo “25 Aprile” nell’autunno del ’43, mentre l’intera Europa è ancora in guerra. E molti, ancora, non sanno che Napoli fu la prima grande città europea a liberarsi dalla morsa del nazifascismo.
Bombardata e straziata prima dagli Alleati, messa poi sotto assedio dai tedeschi all’indomani l’8 settembre del ’43, Napoli vive la terribile stagione del coprifuoco, dei rastrellamenti, delle esecuzioni sommarie, dei saccheggi e delle deportazioni in Germania. Anche Napoli avrà il suo feldmaresciallo Radetzky (quello delle “Cinque giornate di Milano”) nel colonnello delle SS Walter Scholl. Un nazista doc. Più che un militare un criminale di guerra.
E in quel contesto di repressione, di violenze, di miseria e rabbia che scatta una reazione spontanea dei napoletani contro il Tedesco e il sodale camerata fascista. Il moto insurrezionale appare come una vera sorpresa per i tedeschi e per gli stessi alleati angloamericani, che consideravano i napoletani incapaci di ribellarsi.
La scintilla scoppia al Vomero e poi si distende in un crescendo nei diversi quartieri partenopei. Uomini e ancora donne e bambini (come a Milano nel 1848), assieme a militari ribelli si uniscono per cacciare repubblichini e tedeschi. In prima fila ci sono gli indomabili scugnizzi napoletani protagonisti di incredibili atti e colpi di mano.
Dopo quattro giorni di scontri di grande durezza, il criminale colonnello Scholl con le sue truppe assassine è costretto ad abbandonare la città lasciando dietro di sé sangue e macerie: ma Napoli è finalmente libera. E’ il 1° ottobre del 1943.
aq


Bello il parallelismo tra la Milano del 1848 e la Napoli del 1943 e soprattutto il paragone tra i due monumenti entrambi eretti per ricordare ai posteri l’eroismo delle popolazioni milanesi e napoletane. La conoscenza del nostro passato e della nostra storia è determinante per alimentare la memoria
Il Risorgimento è studiato abbastanza sommariamente, la Resistenza poi è raccontata solo da insegnanti meritevoli.
Per fortuna sono state scritte pagine bellissime non solo in letteratura ma anche al cinema.
Senza lo splendido film “Le 4 giornate di Napoli” di Nanni Loy, probabilmente in pochi saprebbero che ci sono state.