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Archive for marzo 2011

Gli studenti del Gramsci incontrano un ex ufficiale deportato nei campi di concentramento.

Il 3 febbraio 2011 nel nostro Istituto Tecnico Commerciale Gramsci gli studenti delle classi quinte hanno potuto partecipare ad un incontro con Claudio Sommaruga, internato  militare nei campi nazisti dopo l’8 settembre 1943.

Questo incontro è stato preceduto da una visita da parte di sei studenti della scuola, accompagnati da due docenti, a casa di Sommaruga, visita durante la quale hanno potuto ascoltare la sua testimonianza raccontata in modo molto dettagliato e visionare i diari scritti di nascosto durante la prigionia, le foto ed i disegni.

Durante l’incontro avvenuto all’interno della scuola è stato proiettato un video riguardante gli Internati Militari Italiani (nome che venne attribuito ai militari italiani per non riconoscerli come prigionieri di guerra e poterli “schiavizzare” senza controlli). Successivamente Sommaruga ha preso parola a ha cominciato a raccontare la sua storia.

L’8 settembre 1943 l’Italia firma l’armistizio e i soldati italiani vengono posti davanti alla scelta di continuare a combattere al fianco dei tedeschi, oppure venire deportati nei campi di concentramento. Di 700.000 militari italiani soltanto 100.000 accettano l’arruolamento, i restanti 600.000, tra i quali Sommaruga, allora ufficiale, vengono deportati nei campi di concentramento.

Durante la prigionia i militari italiani vengono sottoposti ai lavori forzati 12 ore al giorno, sette giorni su sette, con razioni di cibo al minimo per la sopravvivenza.

Claudio Sommaruga trascorse tre anni nei campi di concentramento, dal 1943 al 1945, passando per 14 Lager in Polonia, Germania e Italia, e pronunciò ben 75 “NO” alle richieste di collaborazione armata o civile da parte del Terzo Reich, della Repubblica fascista di Salò, e al lavoro in Germania o Italia in cambio dei quali avrebbe ottenuto la sua libertà. In qualsiasi momento i militari italiani avrebbero potuto accettare questa offerta, ma loro rifiutarono sempre spinti da un forte senso di fedeltà al giuramento alla Patria.

Gli internati militari italiani sono un aspetto poco conosciuto della seconda guerra mondiale e grazie a questo incontro gli studenti hanno potuto fare tesoro di una testimonianza diversa dalle solite proposte in onore della Giornata della Memoria. Abbiamo così potuto conoscere un altro pezzo della storia italiana.

Valentina Martelli

Classe 5L   I.T.C. Gramsci


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“ Tutti gli avvenimenti di questo racconto sono realmente accaduti e io ne sono stato semplicemente il cronista” dice l’autore che nell’ottobre del 1944, ventenne, a Cremona, viene incarcerato e messo in isolamento per dodici giorni prima di essere portato in cella assieme ad altri sette detenuti, cinque dei quali, come lui, arrestati per ragioni politiche. Conosce Nino, studente di medicina, che diverrà suo amico per la vita, Paolo condannato per possesso di copie di giornali proibiti dal regime.  E poi Ernesto e  Benedetto, professore di filosofia al liceo della città, e un maestro pugliese anarchico e Alessandro, detto Camel, imprigionato per distribuzione dell’Unità clandestina. Condividono una vita in comune con ristrettezze e regole severe. Il fratello riesce , per alleviare lo spirito, a fargli avere il Don Chisciotte di Cervantes e la mamma ad organizzare una specie di catena tra le sue colleghe per far arrivare cibi dall’esterno per rifocillare il corpo di Roberto.

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Luciano Raimondi soldato, fotografato sulla nave che lo porta in guerra, verso la Jugoslavia meridionale. Non ha certo un'espressione felice. Di fatto era allora studente di medicina al quinto anno, e come tale avrebbe avuto diritto all'esonero dal servizio militare. Ma venne dichiarato d'imperio "volontario" e inviato in prima linea. Questo perché era già noto come antifascista: solo quindicenne, aveva subito la prima pena detentiva per ragioni politiche, e a 20 anni, nel 1936, si era iscritto al PCI. Altri due studenti di medicina - quindi tre in tutta Italia - ebbero lo stesso trattamento e furono spediti in prima linea.

Anno 1943: sono le prime giornate di settembre, ancora quasi estive. In una caserma di Monza si trova fra gli altri un giovane sergente, che si è laureato in filosofia con Antonio Banfi e conosce bene il tedesco.

E’ il giorno 8 e la radio trasmette il proclama di Badoglio: soldati e ufficiali non sanno che fare, la concitazione è palese, ma nessuno osa prendere delle iniziative.

A un certo punto nel cortile della caserma entra una motocicletta con sidecar: è un tenente tedesco accompagnato da un soldato semplice. Il tenente chiede di parlare con il colonnello che comanda la caserma. Il colonnello si premura di farsi accompagnare al colloquio dal giovane sergente come interprete. Intorno ci sono vari soldati che seguono la scena con attenzione. Il momento è pieno di tensione.

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Scritto vent’anni dopo l’esperienza vissuta e pubblicato nel 1964, I piccoli maestri è opera autobiografica in cui la memoria ha operato la sua selezione. Non è opera memorialistica in senso stretto nonostante l’autore “… si era imposto di tenere fede a tutto, ogni singola data, le ore del giorno, i luoghi, le distanze, le parole, i gesti, i singoli spari”. Si può anche definire romanzo di formazione e non è azzardato affermare che si tratta anche di un libro di avventure.

Argomento principale è la Resistenza veneta sull’altopiano di Asiago, vista in chiave antieroica, vissuta da un gruppo di giovani studenti vicentini con l’entusiasmo di fare e di cambiare, con l’inesperienza e l’improvvisazione tipici dell’età giovanile. Tornato a casa dopo l’8 settembre 1943, il protagonista sale in montagna, assieme ai suoi compagni di studio, deciso di aggregarsi ai gruppi partigiani. “ Spuntava da sé l’idea di andare in montagna… ci pareva che ora toccasse proprio a noi di andare via dalle città contaminate, dalle pianure dove viaggiavano colonne tedesche, dai paesi dove ricomparivano , in nero, i funzionari del caos. Portarci via i misteri, andare sulle montagne”.  Meneghello (Gigi nel racconto) si trova a capo di una banda partigiana (altro…)

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La statua di Garibaldi in Largo Cairoli

Tutti i milanesi sanno che in largo Cairoli si erge la statua di Giuseppe Garibaldi, riprodotto in bronzo in atteggiamento assai fiero, a cavallo.

In piena occupazione nazista, una bella mattina del 1944, su quella statua comparve un cartello così concepito:

Peppin, vegn giò de lì
ch’i en anmò chi.

Traduzione per i non milanesi:

Peppino, vieni giù di lì, che sono ancora qui.

La scritta risultava del tutto criptica per gli occupanti tedeschi, e il cartello restò issato per varie ore in cima al monumento, all’attenzione discreta dei milanesi che vi transitavano. Solo dopo un certo tempo fu resa nota ai tedeschi la traduzione del testo, che invocava il ritorno di Peppino per cacciare lo straniero (sempre quello) ancora presente a Milano. E finalmente il cartello venne tolto.

Il fatto mi fu riferito anni fa da Gianni Landini, meglio noto come Piero Medici, comandante partigiano nell’Oltrepo pavese, nonché componente del plotone di esecuzione che a Dongo giustiziò i gerarchi fascisti della Repubblica di Salò.

Nunzia Augeri

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Il “cattivo” dottore  austriaco e il “buon” medico italiano (fascista)

Voglio ricordare due patrioti italiani: Silvio Pellico e Antonio Gramsci, che pur nelle distinte e incomparabili vicende umane, politiche e storiche, hanno vissuto una comune esperienza carceraria: il primo per aver rivendicato la libertà dallo straniero austriaco; il secondo per essersi opposto in nome della libertà alla dittatura mussoliniana.

Il primo, carbonaro e risorgimentale, tra i fondatori del “Conciliatore”, condannato dagli austriaci in prima istanza alla pena di morte, pena in seguito commutata in 15 anni di carcere allo Spielberg, la cui esperienza egli tradusse nella sua notissima opera Le mie prigioni, che tanto influenzarono lo spirito risorgimentale e unitario italiano e che, a detta degli storici, quella detenzione finì per pesare politicamente come un macigno sugli Asburgo.

Il secondo, comunista e antifascista, fondatore de “l’Unità”, condannato dal Tribunale speciale fascista a 20anni di carcere passati in gran parte nel penitenziario di Turi, perché Mussolini e il fascismo avevano deciso di impedire a quel cervello di pensare. Ma la reclusione non fu sufficiente a impedire a Gramsci di produrre clandestinamente gli straordinari Quaderni del carcere, che tanto influenzarono, alla loro uscita  nel secondo dopoguerra, il  dibattito politico-culturale in Italia.

Di seguito riporto due curiose e particolarissime testimonianze dei ”Nostri”, sulla loro detenzione in rapporto ai loro medici carcerieri, che possono rilevare aspetti inconsueti, minori, ma altrettanto significativi per i loro risvolti umani, di una così dolorosa esperienza come può essere quella della galera per motivi politici: (altro…)

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Il fattaccio è quello, ormai finito sulle pagine dei giornali, del Consiglio di Zona 8, che ha deliberato di apporre in memoria di Luisa Ferida una targa che esalterebbe il ruolo dei carnefici e passerebbe sotto silenzio le efferatezze di cui furono vittime liberi cittadini italiani, imprigionati e torturati dalla banda Koch, alla presenza divertita della signora in questione.

 

Villa Triste, sede dei sadici torturatori della banda Koch

La sera in cui fu votata la delibera, il 16 marzo, mi trovavo a una cena di un Comitato per Pisapia di zona; al mio tavolo sedevano alcuni giovani fra i trenta e i quarant’anni, che nulla sapevano di Villa Triste e delle sue vittime. Raccontavo loro della mia vecchia insegnante di liceo, la signora Giulia Ferrario Rodelli, che vi era stata detenuta e che come risultato delle sevizie subite non aveva mai potuto avere figli. Una delle giovani donne al mio tavolo, una milanese trentenne, sbottò in una vibrata protesta: “Ma come, ci hanno detto tutto dell’Olocausto, al liceo ci hanno portato fino ad Auschwitz, e non ci dicono niente di quel che è successo a casa nostra”. (altro…)

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