Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for dicembre 2013

Befana all’Ortica 2014

L’ANPI Zona 3 in collaborazione con altre associazioni che gravitano attorno al “Circolino” dell’Ortica invita tutti a partecipare il giorno della Befana allo spettacolo :

Le stanze di Palazzo Pazzo

Progetto musicale di Carlo Cialdo Capelli
Con la voce di Elena Cerasetti
Immagini animate dal vivo di Sabrina Inzaghi

LUNEDI’ 6 GENNAIO – ORE 16
Via San Faustino 5

befanaortica

Annunci

Read Full Post »

44° anniversario della strage di piazza Fontana

12 Dicembre 1969 – 12 Dicembre 2013.

Alla manifestazione dopo il saluto del Presidente della Camera Laura Boldrini, letto da Roberto Cenati, sono intervenuti Carlo Arnoldi (Presidente Associazione Vittime di Piazza Fontana), Graziano Gorla (Segretario generale della Camera del Lavoro di Milano), Iacopo Lanza (Coordinatore della Rete della Conoscenza di Milano) e Carlo Smuraglia (Presidente dell’ANPI Nazionale). Presenti i gonfaloni dei Comuni, le bandiere delle Sezioni dell’ANPI e dei partiti sono state depositate le corone accanto alla lapide che ricorda le vittime.

striscioneAnche quest’anno ci siamo ritrovati numerosi in Piazza Fontana, la piazza in cui si compì una strage con 17 morti e 88 feriti in quel lontano 12 Dicembre 1969, senza dimenticare l’ulteriore vittima di quei giorni tragici, l’anarchico Giuseppe Pinelli. Lontano nel tempo, ma non nella coscienza dei democratici milanesi, che seppero reagire in difesa della democraziacorteo già pochi giorni dopo la strage con una presenza imponente e silenziosa in occasione dei funerali . Non così le quella parte delle istituzioni “deviate” di quella stagione che in larga misura coprirono i mandanti della carneficina, che tutt’ora resta impunita mentre si dava inizio a quella strategia della tensione che condizionò per decenni la vita del nostro Paese.
smuragliaOggi in piazza l’ANPI tutta si schiera a fianco di quelle vittime e dei loro famigliari per la difesa della Costituzione nata dalla lotta di Resistenza, e dell’ordinamento repubblicano contro quanti in questi giorni, in buona fede e no, facendo leva sulla crisi, inalberano forconi e meditano una nuova marcia su Roma farneticando discorsi antisemiti con l’aggiunta di qualche saluto romano.

Read Full Post »

Una presenza inquietante nel cuore della città. Una costruzione massiccia, ostile che divide, ostacola l’incessante traffico quotidiano su viali di scorrimento, un tempo periferici, oggi vene pulsanti, caotiche di una città in pieno movimento. E dietro le mura possenti di un quadrilatero inaccessibile ai più, ma divenute ormai presenza consueta allo sguardo distratto dei passanti, quale realtà si nasconde? Non è certo il bonario nome di un santo, San Vittore, appunto, a svelare una realtà spesso volutamente ignorata, il doloroso esito finale di un processo di condanna e di espulsione, un concentrato di atroci colpevolezze, ma anche di sventure o di miserevoli esperienze di vita.

copertinaEppure il carcere di San Vittore articolato in sei raggi, i Sei petali di sbarre e cemento(1943-1945), appunto, che danno titolo all’opera di Antonio Quatela, negli anni più terribili della seconda guerra mondiale ha offerto alla città di Milano un’esperienza unica di resistenza, l’occasione per molti, di riscatto dalla barbarie fascista, anche nella condizione della più atroce e crudele prigionia.

Perlopiù ignorata, la storia di coraggiosi detenuti antifascisti nel carcere milanese presenta invece incredibili esempi di fede democratica, di fiera opposizione al nazifascismo, di profonda consapevolezza della necessità di difendere, anche a costo della propria integrità fisica e, spesso, della vita, i valori basilari dell’esistenza umana.

Colpisce nell’opera, la straordinaria affermazione di un detenuto, un giovane sacerdote di 22 anni, arrestato per attività antifascista e, come tanti, crudelmente , ma inutilmente torturato: al suo ritorno in cella, accolto dal ritmico battito metallico delle gavette, come forma di condivisione e di stima degli altri detenuti, dice di aver compreso in quel momento “cosa vuol dire fraternità, solidarietà, come valori fondanti della vita umana” anche se all’interno del più crudele stato di prigionia”.

Ma se la finalità ultima dell’opera di Quatela è proprio quella di offrire esempi di amor patrio, di eroica resistenza, di fede indistruttibile nella dignità umana, anche nei tempi oscuri in cui “l’atomo opaco del male” sembrava essersi profondamente radicato nel tessuto della nazione, è tuttavia ben preciso e documentato, il racconto di quanto all’interno del carcere avveniva, soprattutto ad opera dei più crudeli carcerieri tedeschi , supportati dai miliziani fascisti.

L’elenco delle sopraffazioni e delle torture è infinito e non riassumibile in poche righe; tuttavia si può affermare che al lettore non vengono risparmiate testimonianze di atrocità e di torture rivolte non solo ai detenuti politici provenienti dal famigerato Albergo Regina di via S. Margherita n. 6, sede del comando nazista, ma anche ad innocenti vittime di delazioni: professionisti, partigiani, antifascisti, oppositori, scioperanti, religiosi di ambo i sessi.

ranocchi_optColpisce nel racconto anche la conclamata abitudine da parte degli aguzzini, di fare man bassa degli averi degli arrestati, soprattutto se ebrei, dei quali non veniva annotato neanche il nome sui registri del carcere e a cui venivano riservate indescrivibili condizioni di prigionia nelle fetide segrete del carcere dopo i più cruenti e dolorosi interrogatori. Il racconto di umiliazioni e torture si articola implacabile nell’evocazione di vicende relative a detenuti illustri o ad anonimi prigionieri ai quali l’autore restituisce identità e dignità nel ricordo di tentate ribellioni personali, di forme d’opposizione e di resistenza; oltre, purtroppo, al racconto di disperati e crudeli suicidi o di gesti di totale follia, ai limiti, appunto, dell’umana sopportazione.

Non breve anche la narrazione dei patimenti riservati alle donne, alla violazione assidua della loro intimità, alle ritorsioni, alle continue minacce e ancora, non ultima, fra gli orrori che hanno preceduto la “luce” del 25 Aprile, la vile uccisione dei Quindici Martiri di Piazzale Loreto, pietosamente composti dal futuro parroco di S. Francesca Romana.

filocarcere2

Dalla mostra “Il filo dimenticato”

La lettura di queste pagine dolorose, tuttavia necessarie, nella quasi totale e generale ignoranza delle fosche vicende che si verificarono in S. Vittore nel biennio 1943-45, forse oscurate dalle ancor più immani atrocità belliche e dalla scoperta dell’orrore dell’Olocausto, si completa in un più rasserenante, ultimo capitolo le cui pagine sono destinate al ricordo di donne e uomini che, all’interno del carcere hanno saputo mantenere “un generoso e solidale impegno” a favore dei reclusi.

E’ consolante e sorprendente scoprire come anche nelle più terribili condizioni di vita all’interno del carcere, umanità e fratellanza si siano manifestate in azioni non occasionali, ma costanti, di aiuto ad ogni tipo di prigioniero da parte di guardie carcerarie, medici, infermieri (e, sorprendentemente, anche da parte di un interprete tedesco, un avvocato, docente universitario), che hanno offerto aiuto e soccorso ai detenuti: persone speciali, sprezzanti dei continui rischi di delazioni e tradimenti. E ancora molte pagine illustrano la ferma azione di sostegno e di conforto ai reclusi da parte delle suore della sezione femminile, trasformatesi in messaggere, in angeli pietosi e solidali. In particolare , spicca una figura definita: “la mamma di S. Vittore” Suor Enrichetta, accusata di alto tradimento per l’aiuto offerto alle detenute e gettata nelle celle di rigore, di cui farà, in seguito, una realistica, raccapricciante descrizione.

Sul racconto di queste azioni caritatevoli e sui profili dei numerosi angeli del carcere si conclude l’opera di Quatela che, nel tratteggiare tante figure di eroica umanità e nel ricordo infine delle drammatiche vicende dei giorni della Liberazione, vuole fermamente celebrare l’avvenuta redenzione del popolo italiano e l’inizio di una democratica e civile convivenza.

Ancora un’ultima, indispensabile osservazione: l’opera è caratterizzata da uno stile asciutto, scevro da ogni retorica, ma efficace nella completezza della narrazione assai particolareggiata e quindi “tremendamente veritiera”, nel documentare una pagina oscura, spesso colpevolmente ignorata, della nostra più recente storia.

Giuliana  Brunello

Read Full Post »

Di recente un doveroso convegno ha ricordato l’intrepida staffetta partigiana del carcere di San Vittore, suor Enrichetta Alfieri.
librosuora_optAccusata dalle SS di alto tradimento e spionaggio, in favore della Resistenza, finisce il 23 settembre 1944 nelle fetide celle di isolamento dei sotterranei del carcere milanese chiamate i “topi”.
Dopo aver rischiato la fucilazione, suor Enrichetta viene confinata in un campo di internamento della provincia di Bergamo ed evita la deportazione nei lager tedeschi grazie all’intervento del cardinale di Milano Ildefonso Schuster.
In seguito alla Liberazione, suor Enrichetta, chiamata anche “la mamma di San Vittore”, il 7 maggio 1945 è condotta trionfante tra i raggi di piazza Filangieri dal Comitato di Liberazione Nazionale, dove riprende la sua opera al servizio dei detenuti comuni.

Di quella esperienza suor Enrichetta ci lascia Memorie di una ribelle per amore.

Per la raccolta completa degli Scritti della Beata Enrichetta Alfieri si veda:

http://www.incrocinews.it/arte-cultura/suor-enrichetta-alfieri-br-una-donna-che-sper%C3%B2-contro-ogni-speranza-1.84038

Un contributo di Orietta Ferrari Bravo:

Dalla mostra "Il filo dimenticato"

Dalla mostra “Il filo dimenticato”

Nel 2012 ho intrapreso una ricerca sul carcere di San Vittore – in particolare sulla reclusione delle donne e sulle persone che lì operano – con la documentazione che mi ha messo a disposizione un’amica che è entrata nel carcere con il gruppo giovanile della Parrocchia della Misericordia di Bresso che partecipava con canti alle celebrazioni della Messa nell’ambiente cupo della Rotonda – a cui assistevano solo gli uomini detenuti – e nella cappella delle donne dove la Messa era più raccolta e bella, dove trovavano posto detenute e ospiti e il clima era più disteso e, in alcune occasioni, anche gioioso. Non si avvertiva la presenza delle guardie carcerarie (donne).
Da lì i volontari di Bresso avevano possibilità di accesso all’infermeria e ad altri ambienti del carcere.
In particolare tra i vari atti che ho potuto esaminare si evidenzia la lettera che il cappellano del carcere, a distanza di 70 anni dai fatti come se fosse al presente, indirizza a una religiosa la cui presenza è stata significativa in quegli anni lontani 1943–1945, realtà testimoniata anche dal libro: Sei petali di sbarre e cemento di Antonio Quatela.
In quella che viene indicata come “lettera aperta” a Suor Enrichetta Alfieri, il cappellano presenta la donna come figura di oggi e ne sottolinea l’attualità del suo operare in favore dei detenuti, che fu determinante per la sorte di uomini e donne reclusi nel carcere per imputazioni che durante l’occupazione nazista riguardavano la razza, l’appartenenza religiosa, la sessualità e per le idee politiche non in linea con il fascismo.
Lo scritto vuole sottolineare l’attualità dell’impegno e della dedizione della religiosa alla causa dei perseguitati. Viene citata come importante e unica presenza femminile che si era esposta in maniera rischiosa e provocatoria per smuovere gli uomini, i maschi, che rappresentavano l’autorità e ricoprivano ruoli di comando, per contrastare la ferocia dei tedeschi e dei fascisti sui detenuti.
Una figura trasgressiva in anticipo sui tempi che si pone ancor oggi come esempio nella difesa della libertà e che esercita una carità rischiosa che mette a repentaglio la sua stessa vita, dedita alla causa dei detenuti.
suorenrichettaLa breve biografia che ho cercato di riassumere, mette in evidenza l’ambiente in cui si è formata.
Enrichetta Alfieri, nasce nel 1891 a Borgo Vercelli da genitori cattolici che provvedevano alla famiglia coltivando un piccolo appezzamento di terra.
Sul loro esempio di vita cristiana Maria Domenica, così battezzata, prende i voti nel marzo del 1913. Poco dopo consegue il diploma di abilitazione magistrale. Diviene Superiora della Comunità nel carcere di San Vittore dove le suore prestano la loro opera per il bene delle detenute.
Scrive il cappellano: “…sei stata marchiata con il n° 3209 per una tua trasgressione in favore dell’altro, del misero, dello straniero. Conta più la matricola che la tua identità. La tua è di quattro numeri. Oggi siamo arrivati al numero 142073. Detenuti, agenti, medici, esprimevano solidarietà quando sei finita nel Tombone: quella cella fetida nei sotterranei di San Vittore. Ti hanno chiamato mamma, angelo, sorella di San Vittore. Anticipavi i tempi vedendo l’abolizione del carcere.”
Nel luglio del 1943 per una violenta rivolta in carcere e a causa dei bombardamenti aerei, le suore vengono allontanate. Quando i tedeschi assumono il controllo dell’Italia settentrionale e di Milano, carcere di San Vittore compreso, le suore riprendono il loro servizio schierandosi con i detenuti, a loro rischio contrastando la ferocia degli aguzzini nazisti. La religiosa viene arrestata con l’accusa di spionaggio perché si prodiga per mettere in salvo persone indiziate e rischia la deportazione in Germania.
Il cardinale di Milano Alfredo Ildefonso Schuster intercede per lei e ottiene che la suora sia internata nel “campo di internamento” presso il Convento delle Suore delle Poverelle di Grumello al Monte (Bergamo) e successivamente internata presso la Casa Provinciale delle Suore di Carità di Brescia, dove scrive le memorie di quei giorni, fonte preziosa in futuro perché le suore del carcere avevano distrutto i documenti che potevano compromettere la Superiora e loro stesse.
Pochi giorni dopo la liberazione di Milano, un’automobile inviata dal CLN la riporta trionfalmente nel carcere di San Vittore attesa e richiesta dai detenuti. Riprende a servire.
Muore nel 1951 dopo una caduta accidentale (con frattura del femore) in piazza del Duomo, sconnessa per lavori di ripristino.
Negli anni 1995-96 si è svolto il processo di Beatificazione. E’ proclamata Venerabile nel 2001. Beatificazione il 26 giugno 2011.

Orietta Ferrari Bravo

Read Full Post »