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Archive for dicembre 2015

L’appello ai giovani

 

 

“Si svuotino gli arsenale di guerra…..”

 

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Racconti dalla conferenza

“1943-1945 Il Politecnico di Milano. La figura di Gianfranco Mattei e la topografia della memoria”

Aula Natta, 3 dicembre 2015.

 

Quando si studia la Resistenza di un’istituzione, di una fabbrica o di un quartiere si dovrebbe sempre partire dallo studio della sua
fascistizzazione. Nel caso del Politecnico di Milano, questo studio si fa piuttosto interessante. La propaganda fascista dei corsi di italianità e poi dei corsi di educazione militare non attecchì molto, né tra gli studenti né tanto meno tra i docenti, che vivevano con una certa sufficienza queste imposizioni, viste quasi come folcloristiche. Il legame con il fascismo fu più profondo e di altra natura: il regime era impegnato in un tentativo, per quanto imperfetto, di rapida modernizzazione industriale e di sfruttamento economico delle colonie; la classe tecnica, che aveva nei politecnici del nord i suoi più illustri rappresentanti, era stata cooptata in questo percorso. La percezione della propria importanza in questo processo si esprimeva in termini di un marcato nazionalismo e talvolta in un sostegno al regime, soprattutto in funzione della sua tensione modernizzatrice e industriale.

politecnicoNonostante ciò, il Politecnico di Milano ebbe fin dai primi anni diversi docenti e ricercatori che non si sottomisero all’obbligo di tesseramento al Partito nazionale fascista e che non giurarono fedeltà al regime. Primo fra tutti, l’anarchico Henry Molinari, ingegnere industriale esperto di impianti chimici, che venne allontanato dal Politecnico all’inizio degli anni ’30, seguito a sua volta da ben 22 docenti e ricercatori, che furono destituiti dall’incarico in tutto l’arco del ventennio. Infine le leggi razziali mieterono altre 11 vittime, tra cui due docenti, Camillo Levi e Michelangelo Böhm, che morirono nei campi di concentramento tedeschi.

Con il volgere del decennio però qualcosa cambiò. La ribellione al regime passò da essere un fatto individuale a qualcosa di più strutturato. La fiducia nel fascismo incominciava a scemare e anche le prospettive di guerra italiane, dopo i primi momenti, non sembravano più rosee. Al Politecnico di Milano queste inquietudini presero corpo in due fenomeni diversi, ma collegati.

matteimessaggioInnanzitutto giunsero all’università alcuni giovani ricercatori provenienti da altre città ed esperienze, ma politicamente già formati. Tra questi ricordiamo Mario Alberto Rollier, antifascista grazie alla ricerca teologica svolta tra i giovani valdesi e militante di Giustizia e Libertà, e Gianfranco Mattei, che si era impegnato già dalla gioventù nelle file del Partito comunista. Da quest’incontro scaturì il primo gruppo che si impegnò politicamente all’interno dell’università e che prese pubblicamente posizione con un documento, significativamente redatto la notte del 25 luglio 1943, che auspicava il rinnovamento della vita accademica e chiedeva l’epurazione dagli elementi fascisti.

Il secondo fenomeno fu invece dato dall’impegno di alcuni docenti di più vecchia data, che durante gli anni del regime avevano rinunciato all’attività politica per dedicarsi all’insegnamento. Tra questi in particolare Gino Cassinis, che fu eletto rettore all’inizio del 1944. Egli lavorò attivamente per proteggere il patrimonio materiale del Politecnico dalle razzie tedesche, protesse gli studenti richiamati alle armi e diede copertura alle attività clandestine delle SAP, che agivano sotto le spoglie del Servizio antiaereo, coordinato dal professor Bruno Setti. Negli scantinati dell’università si arrivò perfino a costituire un servizio radio clandestino, molto importante per il coordinamento delle squadre resistenziali milanesi. Tra gli uomini impegnati nell’attività resistenziale al Politecnico ricordiamo anche l’ingegner Francesco Moschettini, che venne catturato durante l’unica retata avvenuta in università e che morì nel campo di concentramento di Gusen.

Glrmlaboi esponenti più in vista, che si erano esposti dopo la caduta del fascismo, scelsero di entrare in clandestinità, in momenti diversi, abbandonando l’insegnamento. Uno di questi fu proprio Gianfranco Mattei, che con l’8 settembre decise di lasciare la cattedra per unirsi ai GAP romani e confezionare per loro gli ordigni essenziali all’attività militare, grazie alla sua esperienza di chimico. Lì incontrò Giorgio Labò, studente di architettura del Politecnico di Milano, intellettuale poliedrico, che era diventato suo collaboratore dopo l’esperienza fatta nel genio minatori. L’impegno di entrambi si concluse tragicamente con una retata alla santabarbara dei GAP, in Via Giulia, fatta dai militari tedeschi il primo febbraio 1944, grazie alle informazioni estorte con la tortura a due gappisti arrestati nei giorni precedenti. Gianfranco Mattei, ancora debole per i postumi di una malattia, non si sentì di reggere alla tortura e scelse di suicidarsi tra le pareti di via Tasso. Giorgio Labò resistette fino alla fucilazione, avvenuta il 7 marzo 1944.

La loro storia si è dipanata lontana da Milano, in un connubio apparentemente casuale, ma estremamente prolifico, che ci ricorda come la Resistenza sia stata animata da figure giovani, diversissime tra loro, ferventi sia di impegno politico che umano, culturale, sociale. Una storia che, proprio per queste caratteristiche merita di essere raccontata e conosciuta.

Riferimenti bibliografici

Sulla figura di Gianfranco Mattei http://www.anpi.it/donne-e-uomini/236/gianfranco-mattei e la pubblicazione fuori collana “Gianfranco Mattei: 1916-1944”, Milano, 1956, reperibile presso l’Università di Milano

Sulla figura di Giorgio Labò http://www.anpi.it/donne-e-uomini/847/giorgio-labo e l’ottimo libro di Pietro Boragina, “Vita di Giorgio Labò”, Torino, 2011, che narra nel dettaglio l’attività clandestina, l’arresto e la morte dei due gappisti.

Sulla Resistenza al Politecnico di Milano consultare “Il ruolo del Politecnico di Milano nel periodo della liberazione: atti del Convegno e catalogo della Mostra” a cura di Andrea Silvestri, Milano, 1996 e “Il Politecnico di Milano nella storia italiana: 1914-1963”, Bari, 1988, a cura di Enrico Decleva. Esiste del materiale d’archivio relativo all’attività clandestina del Politecnico di Milano conservato presso l’Insmli di Milano e distribuito prevalentemente nei fondi Mario Alberto Rollier, Cln lombardia, Cln Alta Italia.

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Il ricordo di Roberto Cenati e dell’ANPI Provinciale di Milano

cossuttaAbbiamo appreso con profondo dolore della scomparsa di Armando Cossutta, partigiano,Vicepresidente dell’ANPI Nazionale, storico dirigente del PCI.

Vogliamo ricordarlo riportando uno stralcio del suo intervento del 1983, in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione del Ginnasio Liceo Carducci, al quale Cossutta era iscritto.

“Mi ero iscritto al Carducci – scrive Cossutta – alla quarta classe del Ginnasio nel 1940. Venivo da Sesto San Giovanni ogni mattina con il tram che svolgeva un servizio molto efficiente. Le ragazze che da Sesto venivano a Milano alle scuole superiori erano rarissime. E per la verità erano pochi anche i ragazzi, perché allora Sesto San Giovanni consisteva in un piccolo centro di 30 mila persone e i suoi abitanti erano quasi tutti operai. I figli degli operai facevano gli operai, dopo aver frequentato, per i casi più fortunati, qualche scuola professionale.
Ricordo questi particolari perché quando, più tardi, cercai dei contatti per svolgere un ruolo attivo nella lotta clandestina contro il nazifascismo,trovai a Sesto non poche difficoltà a entrare nell’organizzazione: ero uno studente, agli operai apparivo forse come un privilegiato, non uno dei “loro”. Comunque, ad accettare la mia iscrizione al Partito Comunista fu una magnifica figura di operaio della Breda, Pietro Pazzaglia. Tutto questo avveniva verso la fine del 1943 quando avevo diciassette anni e frequentavo la seconda classe del Liceo classico. Una classe di prim’ordine. Dominavano la scena alcuni professori di alto valore. Fra essi ricordo con affetto Massariello, che insegnava italiano, Canesi per latino e greco, Mari per la matematica: professori severi e giusti e perciò rispettati e stimati da noi studenti. Fra i compagni di classe non mi fu difficile trovare rispondenza attorno agli ideali di libertà e di progresso che avevo abbracciati. Con altri studenti più anziani di qualche anno stabilii stretti rapporti clandestini. Scrivevamo volantini e li diffondevamo. E cominciammo a ricercare e a trasportare armi. Un giovane, sciagurato, fece la spia. Ed una notte, nei primissimi giorni del gennaio 1944, vennero a casa ad arrestarmi.
Seppi più tardi che c’era stata una grande solidarietà da parte dei miei compagni e dei nostri insegnanti del Carducci. Quanti furono interrogati non dissero nulla che potesse essermi di danno. L’insegnante d’Italiano, l’illustre professore Massariello, che in seguito seppi aderente al CLN, si affrettò a nascondere un mio tema in classe che poteva apparire troppo compromettente. Ero stato imprudente a scrivere quel tema, ma egli era stato coraggioso a chiedere a noi di commentare i famosi versi di Dante: “Libertà va cercando, che è si cara/come sa chi per lei vita rifiuta.”
All’uscita dal carcere (dopo il duro isolamento nella cella del sesto raggio di San Vittore, le violente percosse, la finta fucilazione…) l’anno scolastico era per me ormai irrimediabilmente perduto. Decisi perciò di studiare per mio conto e tentare di affrontare direttamente l’esame di maturità. All’esame di autunno ritrovai in via Lulli i miei professori del Carducci, severi come sempre nel giudizio, ma affettuosi come non mai. Credo di aver fatto un buon esame. La mia esperienza al Carducci era finita.”

Questa la toccante testimonianza di Armando Cossutta, studente del Liceo Carducci.

Ai familiari, agli amici, ai compagni, esprimo il profondo cordoglio e la vicinanza di tutta l’ANPI Provinciale di Milano.

 

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HAPPY HOUR DEL TESSERAMENTO E SERATA CON LUIGI BORGOMANERI

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ALLA CASA DELLA CULTURA

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AULA NATTA DEL POLITECNICO

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12 DICEMBRE,  PIAZZA FONTANA

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CASA DELLA MEMORIA

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