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Archive for maggio 2016

Gustavo_Zagrebelsky_1Pubblichiamo ampi stralci di un documento preparato per l’associazione Libertà e Giustizia dal professor Gustavo Zagrebelsky in vista del referendum.

Nella campagna per il referendum costituzionale i fautori del Sì useranno alcuni slogan. Noi, i fautori del NO, risponderemo con argomenti. Loro diranno, ma noi diciamo.

1. Diranno che “gli italiani” aspettano queste riforme da vent’anni (o trenta, o anche settanta, secondo l’estro).
Noi diciamo che da quando è stata approvata la Costituzione – democrazia e lavoro – c’è chi non l’ha mai accettata e, non avendola accettata, ha cercato in ogni modo, lecito e illecito, di cambiarla per imporre una qualche forma di regime autoritario. Chi ha un poco di memoria, ricorda i nomi Randolfo Pacciardi, Edgardo Sogno, Luigi Cavallo, Giovanni Di gelli.pngLorenzo, Junio Valerio Borghese, Licio Gelli, per non parlare di quella corrente antidemocratica nascosta che di tanto in tanto fa sentire la sua presenza nella politica italiana. A costoro devono affiancarsi, senza confonderli, coloro che negli anni hanno cercato di modificare la Costituzione spostandone il baricentro a favore del governo o del leader: commissioni bicamerali varie, “saggi” di Lorenzago, “saggi” del presidente, eccetera. È vero: vi sono tanti che da tanti anni aspettano e pensano che questa sia finalmente “la volta buona”. Ma questi non sono certo “gli italiani”, i quali del resto, nella maggioranza che si è espressa nel referendum di dieci anni fa, hanno respinto col referendum un analogo tentativo, il tentativo che, più di tutti gli altri sembrava vicino al raggiungimento dello scopo. A coloro che vogliono parlare “per gli italiani”, diciamo: parlate per voi.
2. Diranno che “ce lo chiede l’Europa”.
(…) Diteci che cosa rappresenta l’Europa di oggi se non principalmente il tentativo di garantire equilibri economico-finanziari del Continente per venire incontro alla “fiducia degli investitori” e a proteggerli dalle scosse che vengono dal mercato mondiale. A questo fine, l’Europa ha bisogno d’istituzioni statali che eseguano con disciplina i Diktat ch’essa emana, come quello indirizzato il 5 agosto 2011 al “caro primo ministro”, contenente un jpmorganvero e proprio programma di governo ultra-liberista, in materia economico-sociale, associato all’invito di darsi istituzioni decidenti per eseguirlo in conformità. Dite: “ce lo chiede l’Europa” e tacete della famosa lettera Draghi-Trichet, parallela ad analoghi documenti provenienti da “analisti” di banche d’affari internazionali, che chiede riforme istituzionali limitative degli spazi di partecipazione democratica, esecutivi forti e parlamenti deboli, in perfetta consonanza con ciò che significano le “riforme” in corso nel nostro Paese. (…) A chi dice: ce lo chiede l’Europa, poniamo a nostra volta la domanda: qual è l’Europa alla quale volete dare risposte?
3. Diranno che le riforme servono alla “governabilità”.
governabilita(..) “Governabile” è chi si lascia docilmente governare e chiediamo: chi si deve lasciar governare e da chi? Noi pensiamo che occorra “governo”, non governabilità, e che governo, in democrazia, presupponga idee e progetti politici capaci di suscitare consenso, partecipazione, sostegno. In assenza, la democrazia degenera in linguaggio demagogico, rassicurazioni vuote, altra faccia della rassegnazione, e dell’abulia: materia passiva, irresponsabile e facile alla manipolazione. Questa è la governabilità. A chi dice “governabilità” noi rispondiamo: partecipazione e governo democratico.
4. Diranno: ma la riforma è pur stata approvata dal Parlamento, l’organo della democrazia .
Ma noi diciamo: quale Parlamento? Il Parlamento illegittimo, eletto con una legge elettorale obbrobriosa, dichiarata incostituzionale, per l’appunto, per essere antidemocratica (deputati e senatori nominati e non eletti; premio di maggioranza corte-costituzionaleabnorme che ha scollato gli eletti dagli elettori). La Corte costituzionale ha bollato quell’elezione come una specie di golpe elettorale, per avere “rotto il rapporto di rappresentanza” (testuale). È vero che la Corte aggiunse che, per l’esigenza di continuità costituzionale, le Camere così elette non sarebbero decadute immediatamente.
Ma è chiaro a tutti coloro che hanno ancora un’idea seppur minima di democrazia che da quella sentenza si sarebbe dovuto procedere tempestivamente, per mezzo d’una nuova legge elettorale conforme alla Costituzione, a nuove elezioni, per ristabilire il rapporto di rappresentanza. (…) È vero che, scandalosamente, anche da parte delle più alte autorità della Repubblica, dell’informazione e da parte di non poca “dottrina” costituzionalistica, si fa finta che non esista una questione di legittimità che getta un’ombra su tutta questa vicenda, tanto più in quanto, se non vi fosse stato l’incostituzionale premio di maggioranza, sarebbero mancati i numeri necessari per portarla a compimento. (…)
5. Parleranno di atto d’orgoglio politico dei parlamentari, finalmente capaci di “autoriformarsi” senza guardare al proprio interesse .
Noi parliamo, piuttosto, d’arroganza dell’esecutivo. Queste riforme sono state avviate dall’esecutivo con l’impulso di quello che, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell’esecutivo, il presidente della Repubblica; sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all’approvazione scilipoti.jpgdel Parlamento con ogni genere di pressione (minacce di scioglimento, di epurazione, sostituzione dei dissenzienti, bollati come dissidenti), di forzature (strozzamento delle discussioni parlamentari, caducazione di emendamenti), di trasformismo parlamentare (passaggi dall’opposizione alla maggioranza in cambio di favori e posti) fino ai voti di fiducia, come se la Costituzione e le istituzioni fossero materia appartenente al governo, fino a raggiungere il colmo: la questione di fiducia posta addirittura agli elettori, sull’approvazione referendaria della riforma (o me o la riforma, sempre che voglia prendere sul serio un simile proclama da parte di uno che non eccede in coerenza ed eccede invece in spregiudicatezza).
Questo non è il primato della politica, ma delle minacce e degli allettamenti. Se volete parlare di politica, noi diciamo: sì, ma sapendo che è mala politica.
6. S’inorgogliranno chiamandosi “governo costituente”.
wlacostituenteNoi diciamo che il “governo costituente”, in democrazia, è un’espressione ambigua. Sono i governi dei caudillos e dei colonnelli sud-americani, quelli che, preso il potere, si danno la propria costituzione: costituzione non come patto sociale e garanzia di convivenza ma come strumento, armatura del proprio potere. Il popolo e la sua rappresentanza, in democrazia, possono essere “costituenti”. I governi, poiché sono espressione non di tutta la politica, ma solo d’una parte, devono stare sotto la Costituzione, non sopra come credono invece di stare d’essere i nostri riformatori che si fanno forti dello slogan “abbiamo i numeri”, come se avere i numeri, comunque racimolati, equivalga all’autorizzazione a fare quel che si vuole. (…)
7. Diranno che l’iniziativa del governo nelle faccende costituzionali non ha nulla d’anormale e, quelli che sanno, porteranno l’esempio della Francia, del generale De Gaulle e della sua riforma costituzionale del 1962.
degaulleNoi ci limitiamo a porre queste domande: credete davvero d’essere dei nuovi De Gaulle, il capo della Resistenza repubblicana che sbarca in Normandia al momento della liberazione? E di poter paragonare l’Italia di oggi alla Francia d’allora? La riforma francese aveva alla sua base le idee costituzionali enunciate “disinteressatamente” nel 1946 a Bayeux, guardando lontano e radicandosi nel passato della storia della Repubblica francese. Noi abbiamo invece testi raffazzonati all’ultima ora, la cui approvazione si è resa possibile per equivoci compromessi concettuali e lessicali, proprio sul punto centrale della riforma del Senato. (…)
8. Diranno che, anche ad ammettere che la riforma abbia avuto una genesi non democratica e un iter parlamentare telecomandato nei tempi e nei contenuti, alla fine la democrazia trionferà nel referendum confermativo.
benecomuneNoi diciamo che la riforma forse sottoposta al giudizio degli elettori porta il segno della sua origine tecnocratica unilaterale e che il referendum richiesto dallo stesso governo che l’ha voluta lo trasformerà in un plebiscito. Non si tratterà di un giudizio su una Costituzione destinata a valere negli anni, ma di un voto su un governo temporaneamente in carica. (…) Avremo una campagna referendaria in cui il governo avrà una presenza battente, come se si trattasse d’una qualunque campagna elettorale a favore di una parte politica, e farà valere il “plusvalore” che assiste sempre coloro che dispongono del potere, complice anche un’informazione ormai quasi completamente allineata.
9. Diranno che non c’è da fare tante storie, perché, in fondo si tratta d’una riforma essenzialmente tecnica, rivolta a razionalizzare i percorsi decisionali e a renderli più spediti ed efficienti.
Noi diciamo: altro che tecnica! È la razionalizzazione d’una trasformazione essenzialmente democraziatenieseincostituzionale, che rovescia la piramide democratica. Le decisioni politiche, da tempo, si elaborano dall’alto, in sedi riservate e poco trasparenti, e vengono imposte per linee discendenti sui cittadini e sul Parlamento, considerato un intralcio e perciò umiliato in tutte le occasioni che contano. La democrazia partecipativa è stata sostituita da un sistema opposto di oligarchia riservata. (…) Le “riforme” costituzionali sono in realtà adeguamenti della Costituzione a questa realtà oligarchica. Poiché siamo per la democrazia, e non per l’oligarchia, siamo contrari a questo adeguamento spacciato come riforma.
10. Diranno che i partiti di sinistra, già al tempo della Costituente, avevano criticato il bicameralismo (cuore della riforma) e che perfino Pietro Ingrao, ancora negli anni 80, si espresse per l’abolizione del Senato.
calamandrei-verdiniNoi diciamo: andate a leggere i resoconti di quei dibatti e vi renderete conto che si trattava, allora, di semplificare le istituzioni parlamentari per dare più forza alla rappresentanza democratica e fare del Parlamento il centro della vita politica (si parlava di “centralità del Parlamento”). La visione era quella della democrazia partecipativa o, nel linguaggio di Ingrao, della “democrazia di massa”. Oggi è tutto il contrario: si tratta di consolidare il primato dell’esecutivo emarginando la rappresentanza, in quanto portatrice di autonome istanze democratiche. (…)
11. Diranno che siamo come i ciechi conservatori che hanno paura del nuovo, anzi del “futuro-che-è-oggi”, e sono paralizzati dal timore dell’ “uomo forte”.
Noi diciamo che a noi non interessano “riforme” che riforme non sono, ma sono “consolidazioni” dell’esistente: un esistente che non ci piace affatto perché portatore di donnecostituentedisgregazione costituzionale e di latenti istinti autoritari. Questi istinti non si manifestano necessariamente attraverso l’uso esplicito della forza da parte di un “uomo forte”. Questo accadeva in altri, più primitivi tempi. Oggi, si tratta piuttosto dell’occupazione dei posti strategici dell’economia, della politica e della cultura che forma l’ideologia egemonica del momento. Questo è ciò che sta accadendo manifestamente e solo chi chiude gli occhi e vuole non vedere, può vivere tranquillo. Si tratta, per portare a compimento questo disegno, di eliminare o abbassare gli ostacoli (pluralismo istituzionale, organi di controllo e di garanzia) che frenano il libero dispiegarsi del potere che si coagula negli organi esecutivi. Non occorre eliminarli, ma normalizzarli, ugualizzarli, standardizzarli, il che significa l’opposto del far opera costituente.
12. Diranno che siamo per l’immobilismo, cioè che difendiamo l’indifendibile: una condizione della politica che non ha mai toccato un punto così basso in tutta la storia repubblicana, mentre loro vogliono rianimarla e rinnovarla.
costituente ieri-oggiNoi opponiamo una classica domanda alla quale i riformatori costantemente sfuggono: sono più importanti le istituzioni o coloro che operano nelle istituzioni? La risposta, che sta non solo in venerandi scritti sulla politica e sulla democrazia – che i nostri riformatori, con tranquilla e beata innocenza mostrano d’ignorare completamente – ma anche nelle lezioni della storia, è la seguente: istituzioni imperfette possono funzionare soddisfacentemente se sono in mano a una classe politica degna e consapevole del compito di governo che è loro affidato, mentre la più perfetta delle costituzioni è destinata a funzionare malissimo in mano a una classe politica incapace, corrotta, inadeguata. Per questo noi diciamo: non accollate a una Costituzione le colpe che sono vostre. (…)
13. Diranno: non ve ne va bene una; la vostra è una opposizione preconcetta. Non siete d’accordo nemmeno sull’abolizione del Cnel e la riduzione dei “costi della politica”?
No-sign-610x350Noi diciamo: qualcosa c’è di ovvio, su cui voteremmo pure sì, ma è mescolato, come argomento-specchietto, per far passare il resto presso un’opinione pubblica orientata anti-politicamente. A parte il Cnel, che in effetti s’è dimostrato in questi anni una scatola quasi vuota, la riduzione dei costi della politica avrebbe potuto essere perseguito in diversi altri modi: riduzione drastica del numero dei deputati, perfino abolizione pura e semplice del Senato in un contesto di garanzie ed equilibri costituzionali efficaci. Non è stato così.
Si è voluto poter disporre d’un argomento demagogico che trova alimento nella lunga tradizione antiparlamentare che ha sempre alimentato il qualunquismo nostrano. Avere unificato in un unico voto referendario tanti argomenti tanto diversi (forma di governo e autonomie regionali) è un abile trucco costituzionalmente scorretto, che impedisce di votare sì su quelle parti della riforma che, prese per sé e in sé, risultassero eventualmente condivisibili. Voi dite di voler combattere l’antipolitica, ma proprio voi ne esprimete l’essenza. (…)
14. Diranno: come è possibile disconoscere il serio lavoro fatto da numerosi esperti, a incominciare dai “saggi” del presidente della Repubblica, passando per la Commissione governativa, per le tante audizioni parlamentari di distinti costituzionalisti, fino ad approdare al Parlamento e al ministro competente per le riforme costituzionali. Tutto ciò non è per voi garanzia sufficiente d’un lavoro tecnicamente ben fatto?
(…) Le questioni costituzionali non sono mai solo tecniche. A ogni modifica della collocazione delle competenze e delle procedure corrisponde una diversa allocazione del potere. Nella specie, ciò che si sta realizzando, per l’effetto congiunto della legge elettorale e della riforma costituzionale, è l’umiliazione del Parlamento elettivo davanti all’esecutivo; l’esecutivo, un organo che, non essendo “eletto”, potrà derivare dall’iniziativa del presidente della Repubblica che, dall’alto, potrà manovrare – come è avvenuto – per ottenere la fiducia della Camera.
art70Quanto poi alla bontà del testo di riforma dal punto di vista tecnico, ci limitiamo a questo esempio, la definizione delle competenze legislative da esercitare insieme dalla Camera e dal Senato (sì, il Senato rimane, il bicameralismo anche e, se la seconda Camera non si arenerà su un binario morto, i suoi rapporti con la prima Camera daranno luogo a numerosi conflitti): “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per (sic!) le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’art. 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella (?) che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore e di cui all’art. 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116 terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma”.
Se questo pasticcio è il prodotto dei “tecnici”, noi diciamo che hanno trattato la Costituzione come una legge finanziaria o, meglio, come un Decreto milleproroghe qualunque: sono infatti formulati così.
Quanto ai contenuti, come possono i “tecnici” non aver colto le contraddizioni dell’art. 5, noto perché su di esso si è prodotta una differenziazione nella maggioranza, poi rientrata. Riguarda la composizione del Senato e non si capisce se i senatori rappresenteranno le Regioni in quanto enti, i gruppi consiliari oppure le popolazioni; non si capisce poi se saranno effettivamente scelti dagli elettori o dai Consigli regionali. Saranno eletti – si scrive – dai Consigli regionali “In conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”. Ma, se queste scelte saranno vincolanti, non ci sarà elezione ma, al più ratifica; se non saranno vincolanti, come si può parlare di “conformità”.
Un pasticcio dell’ultima ora che darà filo da torcere a che dovrà darne attuazione: parallele convergenti, quadratura del cerchio… Agli autorevoli fautori di norme come queste, citate qui a modo d’esempio chiediamo sommessamente: dite con parole vostre e con parole chiare che cosa avete voluto. (…) Questi tecnici non hanno dato il meglio di sé, forse perché hanno dovuto nascondere nell’oscurità l’assenza di chiarezza che ha regnato nella testa di coloro che hanno dato loro il mandato di scrivere queste norme.
Loro non lo diranno, ma lo diciamo noi
Nella confusione, una cosa è chiara: l’accentramento a favore dello Stato a danno delle Regioni e, nello Stato, a favore dell’esecutivo a danno dei cittadini e della loro rappresentanza parlamentare. Orbene, noi della Costituzione abbiamo un’idea diversa: patto solenne che unisce un popolo sovrano che così sceglie come stare insieme in società. “Unisce”? Questa riforma non unisce ma divide. Non è una costituzione, ma una s-costituzione. “Popolo sovrano”?
p2Dov’è oggi svanita la sovranità, quella sovranità che l’art. 1 della Costituzione pone nel popolo e che l’art. 11 autorizza bensì a “limitare”, ma precisando le condizioni (la pace e la giustizia tra le Nazioni) e vietando che sia dismessa e trasferita presso poteri opachi e irresponsabili? È superfluo ripetere quello che da tutte le parti si riconosce: per molte ragioni, il popolo sovrano è stato spodestato. Se manca la sovranità, cioè la libertà di decidere da noi della nostra libertà, quella che chiamiamo costituzione non più è tale. Sarà, al più, uno strumento di governo di cui chi è al potere si serve finché è utile e che si mette da parte quando non serve più. La prassi è lì a dimostrare che proprio questo è stato l’atteggiamento sfacciatamente strumentale degli ultimi anni: la Costituzione non è stata sopra, ma sotto la politica e perciò è stata forzata e disattesa innumerevoli volte nel silenzio compiacente della politica, della stampa, della scienza costituzionale. Ora, la riforma non è altro che la codificazione di questa perdita di sovranità. Apparentemente, la vicenda che stiamo vivendo è una nostra vicenda. In realtà, chi la conduce lo fa in nome nostro ma, invero, per conto d’altri che già hanno fatto il bello e il cattivo tempo nei Paesi economicamente, politicamente e socialmente più deboli e s’apprestano a continuare. Per questo, chiedono governi che non abbiano da dipendere dai parlamenti e, ove sia il caso, dispongano di strumenti per mettere i parlamenti, rappresentativi dei cittadini, nelle condizioni di non nuocere.
Seguiamo questa concatenazione: la Costituzione è espressione della sovranità; se manca la sovranità, non c’è costituzione. La Costituzione e il Diritto costituzionale, con la sedicente riforma costituzionale, s’avviano a mantenere il nome, ma a perdere la cosa. L’impegno per il No al referendum ha, nel profondo, questo significato: opporsi alla perdita della nostra sovranità, difendere la nostra libertà.
Post scriptum: C’è poi ancora un altro argomento che, per la sua stupidità, abbiamo esitato a inserire nella lista di quelli meritevoli d’essere presi in considerazione. È già stato usato ed è destinato a essere ripetuto in misura proporzionale alla sua insensatezza. Per questo, non lo ignoriamo semplicemente, come forse meriterebbe, ma lo collochiamo alla fine, a parte.
15. Diranno: sarà divertente vedere dalla stessa parte un Brunetta e uno Zagrebelsky.
costituzionebellaNoi diciamo: non fate torto alla vostra intelligenza. Come non capire che si può essere in disaccordo, anche in disaccordo profondo, sulle politiche d’ogni giorno, ma concordare sulle regole costituzionali che devono garantire il corretto confronto tra le posizioni, cioè sulla democrazia? In verità, chi pensa di vedere in questa concordanza un motivo di divertimento, e non una seria ragione per dubitare circa il valore dei cambiamenti costituzionali in atto, non fa che confessare candidamente un suo retro-pensiero. Questo: che tra una Costituzione e una legge qualunque non c’è nessuna differenza essenziale; che, quindi, se sei in disaccordo politico con qualcuno, non puoi essere in accordo costituzionale con lui, perché tutto è politica e nulla è costituzione. A noi, questo, non sembra un modo di pensare rassicurante

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Gli interventi dei “nostri”

Libero Traversa, presidente onorario della Sezione 25 Aprile – Città Studi

Mi fa un certo effetto prendere la parola in un luogo dove 25 anni fa ho assistito alla fina di una grande forza politica antifascista: quella di Antonio Gramsci e di Arrigo Boldrini, il nostro Bulow.
Siamo rimasti in pochi, anche qui, tra quelli che hanno dato vita alla Resistenza, molte compagne e molti compagni ci hanno lasciato in questi anni. Ma lasciatemi ricordare tre compagni milanesi che ci hanno lasciato negli ultimi mesi e che hanno fatto la storia dell’ANPI.
Tino Casali, nostro presidente nazionale, Armando Cossutta, vice-presidente nazionale, Gianfranco Maris, presidente dell’ANED. Ho condiviso con loro la mia vita politica, ma anche quella personale: sono vuoti che non si possono riempire.
congranpimiIl documento predisposto per il Congresso nazionale è stato approvato dal Congresso provinciale di Milano dal 96 per cento dei delegati (con 2 voti contrari e 7 astenuti).
Il documento tra le sue righe cerca di dare una risposta alla domanda: cosa è oggi l’ANPI?
Certo non è più l’Associazione composta dai soli partigiani, patrioti, deportati, famigliari di caduti della guerra di Liberazione. Ormai è un’altra cosa, come è stata definita dal Congresso di Chianciano del 2006.
L’ANPI è la casa degli antifascisti. Certamente. Non è un partito politico, anche se al suo interno vi sono iscritti a qualche partito (anche se io non ho mai chiesto a qualcuno nell’ANPI per chi vota). E non è un centro sociale, né una associazione d’arma.
E allora? Bisogna allora affermare che l’ANPI è una organizzazione di lotta per la democrazia e la Costituzione antifascista, erede della storia e dei valori della Resistenza. Quindi una organizzazione autonoma dai partiti e dai governi. Di qui il nostro impegno senza se e senza ma per il NO nel referendum-truffa sulle riforme istituzionali, come abbiamo fatto anche nel passato.
L’ANPI ha sostenuto il voto per la Repubblica nel referendum del 1946, ha partecipato alla battaglia contro la legge truffa nel 1953 (vinta anche con il voto di chi non era di sinistra). 23marzo02L’ANPI era alla testa della protesta contro il governo Tambroni nel 1960, ha sostenuto nei referendum il divorzio e l’aborto, la difesa della scala mobile nel 1985, la difesa dell’art.18 nel 2002 e da ultimo contro le riforme istituzionali proposte dal governo Berlusconi nel 2006.
Del tutto logica e normale, oltre che doverosa, la posizione dell’ANPI per il NO alle riforme istituzionali, per cambiare l’Italia attuando la Costituzione, come ha detto il nostro caro Presidente Carlo Smuraglia.
L’ANPI ha nel suo DNA la lotta per la pace, come prescrive l’art. 11 della Costituzione.
La lotta per la pace è anche lotta per l’indipendenza della nostra Patria, come dice il titolo del nostro del nostro giornale, appunto “Patria indipendente”.
patriaLa sovranità dell’Italia è stata perduta per colpa della guerra fascista. Oggi l’Italia è un paese a sovranità limitata proprio per la guerra voluta da Mussolini accanto a Hitler. Per colpa della guerra voluta dal fascismo l’Italia ha perso la sua sovranità. Con l’adesione dell’Italia alla NATO, l’Italia è diventata avamposto delle basi americane, dal Dal Molin a Ghedi, al porto di Napoli, a Sigonella con droni, al MUOS di Trapani e in decine di altri posti. Sempre con l’appartenenza alla NATO l’Italia è stata al centro della strategia della tensione: da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, alla stazione di Bologna, con il terrorismo fascista, i servizi deviati e golpisti, con il SIFAR, il SISDE, l’operazione Gladio.
Sono 120 le basi militari NATO e USA in Italia più 20 segrete, con presenza di ordigni nucleari.
Ma anche l’obbligo che è derivato con l’adesione a operazioni militari all’estero come in Kosovo (a fianco dei musulmani contro i cristiani ortodossi serbi). in Afganistan e Iraq, contro i musulmani, e magari adesso in una pericolosa guerra in Libia contro i libici. Con guerre terribili che causano distruzione e morte, che provocano l’ondata immigratoria in Italia e in Europa.
Con l’ambiguità della situazione in Israele, con i diritti negati ai palestinesi, e in Ucraina dove c’è in governo golpista e fascista, ma ci viene imposto un embargo alla Russia, fortemente dannoso per la nostra economia.
In tutto quadro emerge sempre la subalternità dell’Italia verso organismo sovranazionali come la NATO e la stessa Unione Europea. E pensare che l’Italia ha quasi 5 mila soldati impegnati all’estero 78 Paesi. Stare nella NATO ci costa 64 milioni al giorno (fonte governativa).
Penso che sia ora che l’Italia si ponga concretamente il problema di recuperare la sua sovranità nazionale e la sua indipendenza, perdute a causa della guerra fascista di Mussolini, anche di fronte ad altri pericolosi attentati alla nostra sovranità economica come il TTIP, il cosiddetto trattato di libero scambio tra USA e Unione Europea.

E meno male che c’è stata la Resistenza che ha riabilitato il nostro popolo, che ha permesso la conquista della libertà, della Repubblica e della Costituzione!

benecomuneAltro tema sul quale l’ANPI è impegnata: l’eguaglianza dei diritti, come dettato dall’art.3 della Costituzione. E poi: la difesa del lavoro, dello stato sociale, della scuola e della sanità pubbliche, dell’ambiente, dei diritti civili.
Contro ogni forma di razzismo, sessismo, bullismo, tutta roba che richiamano in campo il fascismo.
Ecco perché dobbiamo pretendere dalle istituzioni della Repubblica e dai partiti il rispetto della Resistenza e dell’impegno antifascista, come richiesto dall’ANPI e dall’Istituto Cervi nel documento presentato al Presidente della Repubblica. Ecco perché sottoporre una nostra richiesta alle liste e ai candidati alle prossime elezioni comunali. Dobbiamo richiedere un fermo impegno antifascista e quindi la negazione di sedi e locali per iniziative neofasciste, oltre che una ferma opposizione ad ogni iniziativa di carattere neofascista e razzista, in luoghi pubblici , ma anche in luoghi privati.

Per portare avanti le nostre idee, i nostri programmi, occorre recuperare qualcosa che appartiene solo all’ANPI: quello che io chiamo “lo spirito dell’ANPI”. È qualcosa che si deve sentire dentro di noi, che ci deve accomunare e aiutarci nell’impegno di oggi, quello stesso spirito che ha animato la Resistenza e l’antifascismo. È qualcosa che è solo nostro.

Roberto Cenati, presidente Comitato Provinciale di Milano

Il virus del nazionalismo che fu all’origine della Prima e della Seconda Guerra Mondiale si sta pericolosamente ripresentando in Europa, pervasa anche dal ripresentarsi di movimenti neofascisti, antisemiti e xenofobi. Il nostro continente sembra soltanto capace idomenidi erigere muri, reticolati e barriere di filo spinato per impedire l’afflusso di centinaia di migliaia di esseri umani che vi cercano rifugio, per fuggire dalle guerre e dalla fame. Non è questa l’Europa sognata da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nel Manifesto di Ventotene. Quella era un’Europa fondata sui principi di solidarietà, che guardava alle sofferenze della gente. È urgente ripristinare quella sensibilità civile, quell’attenzione ai più deboli, cardini di un mondo più giusto. Se l’Europa non recupera quei valori rischia di disgregarsi.

Siamo chiamati ad un forte impegno nella delicatissima fase che stiamo attraversando, rappresentato dalla intransigente difesa della Costituzione repubblicana, l’eredità più preziosa trasmessaci dalla Resistenza, combattuta da uomini e da donne che si conquistarono il diritto di voto partecipando alla Guerra di Liberazione.

Abbiamo più che mai bisogno della autorevolezza, della competenza, della disponibilità di Carlo Smuraglia che ha guidato con passione   la nostra Associazione nei cinque anni della sua Presidenza e al quale chiediamo di continuare nel suo disinteressato impegno.

parlamentoUna prima osservazione da avanzare, spesso dimenticata, è che le revisioni costituzionali sarebbero varate da un Parlamento di non eletti, ma di designati dai partiti, grazie ad una legge elettorale dichiarata incostituzionale. Ricordiamo, inoltre, che l’articolo 138, che disegna il percorso della revisione costituzionale, funziona per le riforme medio-piccole e non prevede la modifica di oltre 40 articoli della Costituzione, così come contemplato nella legge di revisione approvata dal Parlamento.

Proprio recentemente è stato sottoscritto un documento da 56 costituzionalisti che si sono apertamente schierati per il NO. Tra le motivazioni si legge che una riforma costituzionale di grande peso, come quella che attiene alla eliminazione o trasformazione di una delle due Camere, non può essere neppure concepita per semplici ragioni di risparmio di spesa, come si dichiara addirittura nel titolo della legge di revisione. Il buon funzionamento delle istituzioni non è un problema di costi, bensì di equilibrio tra organi diversi e di potenziamento, non di indebolimento delle rappresentanze elettive. Tantomeno una revisione costituzionale di grande rilevanza non può essere proposta dal Governo, perché se c’è una questione che non ha niente a che fare con il governo è la Costituzione.

art70A chiunque avesse poi dei dubbi su come votare, si consiglia di confrontare il vecchio e il nuovo articolo 70 della Costituzione. Un rigo il primo (“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere), una pagina e mezzo quello approvato dal Parlamento.

C’è chi teorizza che “se a ottobre vince il no per le riforme è finita”. Il termine riforma assume per noi una valenza positiva che non può significare stravolgimento della Costituzione. Bisogna certamente cambiare il Paese. Ma per far questo non si può pensare, come si sostiene, di “modernizzare” la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Il Paese lo si cambia attuando la Costituzione nei suoi principi e nei suoi valori fondamentali, a cominciare dall’art.1 che recita “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

scalfaroOscar Luigi Scalfaro nel libro La mia Costituzione, osservava: “La mia convinzione è che ogni cittadino è garante della Costituzione e se ognuno sente di essere garante, allora la garanzia diventa forte, marcata. Appena ci sono sintomi di fatti e comportamenti che turbano norme e principi, ciascuno deve sentire il dovere di muoversi. Il referendum è l’unica ipotesi di democrazia diretta, in cui il popolo esercita la sua sovranità. Ma quante volte si va a votare con approssimazione? Nel caso del referendum costituzionale il rischio è enorme. Il voto anche su un solo punto della Costituzione non tollera slogan pubblicitari o elettorali. Attenzione dunque. Mille volte attenzione quando si vota la Costituzione. E una Costituzione sbagliata compromette l’oggi e il domani. Bisogna pensare ed essere ben responsabili quando sono in gioco le regole. Nessuno può stare a casa a dormire, come se la cosa riguardasse altri.”

Su questo terremo, nei prossimi mesi, ci dovremo tutti appassionatamente impegnare.

Ordine del giorno sulla Libia, presentato da Roberto Cenati,  approvato dal XVI Congresso nazionale dell’ANPI

Il Medio Oriente e il Nord Africa sono regioni destabilizzate attraversate da conflitti sempre più sanguinosi. In questo delicatissimo quadro appare indispensabile scongiurare l’ipotesi dell’invio di militari italiani in Libia, solo perchè ce lo chiederebbe il governo Serraj, recentemente insediatovi. Governo non rappresentativo delle fazioni in lotta, per nulla popolare e gradito da Tripoli e da Tobruk.
noguerraUna tale operazione militare alla testa della quale ci sarebbe l’Italia, resasi protagonista di una tragica storia di paese colonizzatore in terra libica, rischierebbe di aggravare la complessa e intricata situazione in quel territorio, come già avvenuto nel corso dell’intervento militare in Libia tra il marzo e l’ottobre del 2011.
L’operazione, inoltre, anziché debellare, potrebbe rafforzare la presenza dell’Isis, che fa capo alla città di Sirte.
La guerra è il contrario dei diritti umani perchè ogni guerra li calpesta e li annulla.
Tra i nostri valori dobbiamo collocare la pace, il bene più prezioso della Resistenza italiana ed europea, che furono guerra alla guerra.
Nostro compito è osservare e applicare con coerenza l’articolo 11 della Costituzione repubblicana: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.”
All’obiettivo della pace bisogna dunque ispirare una parte saliente della nostra azione.

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Il messaggio del Presidente della Repubblica.

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Il Presidente Mattarella rende omaggio alle Fosse Ardeatine

In occasione del 16° congresso dell’ANPI desidero rivolgere un caloroso saluto ai dirigenti, ai delegati e ai numerosi giovani che hanno deciso di iscriversi all’Associazione per raccogliere e interpretare ancora, nel tempo nuovo, l’eredità ideale, morale, spirituale della Resistenza, che aprì per il nostro popolo la strada della Liberazione e della Democrazia.
La testimonianza dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha reso un tributo importante alla memoria, e dunque all’identità del paese, contribuendo a mantenere sempre viva la speranza di pace, di libertà, di uguaglianza tra le persone, di rispetto della legalità contro ogni sopraffazione.
Si tratta di valori perenni, tanto più da tutelare in epoche in cui appaiono messi in discussione i fondamenti di libertà e di solidarietà su cui sono cresciute le società europee dopo la seconda guerra mondiale.
La memoria non è un accessorio di scarso valore, né un freno all’innovazione. È, invece, un bene costitutivo di ogni comunità e antidoto contro il ripetersi di avventure di stampo neonazista e neofascista.
Nella scelta della Repubblica il 2 giugno del 1946 e nei principi della Costituzione si è rispecchiata la voglia di riscatto del paese, avvilito dalla dittatura e dalla guerra e soggiogato dagli occupanti.
L’impegno per l’affermazione dei valori della persona e dell’umanità intera non può conoscere soste e riguarda tutti: istituzioni elettive, magistratura, forze di polizia, istituti educativi, l’intera società civile.
mattarella milanoL’ANPI può favorire un dialogo con i giovani, con le scuole, con i corpi intermedi affinché i valori fondanti del nostro ordinamento siano ancora generativi di giustizia, di etica pubblica, di condivisione, di coscienza dei diritti e dei doveri.
La democrazia, edificata a prezzo di enormi sacrifici, è nelle nostre mani. Nessuna conquista è di per sé definitiva. Dobbiamo esserne all’altezza per rafforzarla e allargarne continuamente le sue basi.
Decisivo è anche il destino del progetto europeo: nel mondo globalizzato, l’Europa unita è la dimensione necessaria per affermare valori di cooperazione internazionale e valorizzare il nostro modello politico e sociale, che si è affermato proprio in seguito alla guerra di Liberazione.
L’antifascismo che voi giustamente indicate come tratto identitario della vostra Associazione e della Costituzione Repubblicana, divenne la chiave di apertura della nuova Italia verso un nuova Europa.
Su questa strada dobbiamo ancora proseguire, vincendo paure, chiusure ed egoismi, cercando di realizzare nuovi traguardi a beneficio dei nostri concittadini e del mondo intero.
Con questo spirito, cordialmente auguro a tutti voi un buon lavoro.

Sergio Mattarella

Il messaggio della Presidente della Camera dei Deputati.

In occasione del 16° Congresso Nazionale dell’Anpi che si svolgerà a Rimini dal 12 al 15 maggio 2016, desidero inviare a tutte le partecipanti ed i partecipanti i miei saluti più cordiali.

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Laura Boldrini con  la Partigiana Laura Wronowski

Condivido il senso di questa iniziativa: non soltanto un incontro tra persone legate dal ricordo di una straordinaria mobilitazione collettiva in nome della libertà e della democrazia del proprio paese, bensì anche e soprattutto un invito a riflettere sui grandi temi del nostro tempo attraverso la lente dei valori e dei principi della Carta costituzionale nata dalla Resistenza. Sono proprio questi valori – il rispetto della dignità della persona umana, il pieno riconoscimento dei diritti sociali, la lotta contro ogni tipo di esclusione, il ripudio della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali – a dover ispirare ancora oggi il pensiero e l’azione dei governi e della politica.
In una fase di grandi incognite e criticità – la minaccia del terrorismo, il persistere dei conflitti in molte zone del pianeta, il fenomeno delle migrazioni, le questioni ambientali – è infatti necessario più che mai reinterpretare i principi democratici, declinandoli in relazione ai mutamenti e alle nuove sfide poste alla società umana.
La cerimonia odierna può dunque rappresentare un’occasione per rendere omaggio ad un’eredità di ideali preziosa e, al tempo spesso, per aprire nuovi orizzonti e rinnovare il proprio impegno rispetto alle più urgenti questioni del nostro tempo.
Con questo auspicio, desidero rivolgere a tutti gli associati e le associate il mio più fervido augurio per il miglior successo dell’iniziativa.

Laura Boldrini

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smuraglia-anpi(…) quando ho detto al termine della conclusione della mia relazione che ritenevo corretto lasciare il mio posto libero, ero assolutamente sincero e convinto. E’ stata la manifestazione che ha voluto dare il Congresso, per sottolineare la necessità di una continuità, che mi ha convinto a deflettere da quella che era una decisione maturata da tempo, e ragionevolmente, che era quella di prendere atto che ad un certo punto, cessato il mio mandato, non fosse il caso di il caso di assumerne un altro, a tempo determinato o a tempo indeterminato. Di fronte a questa situazione, ho ritenuto che fosse quasi obbligatorio per me accettare questo incarico, per le motivazioni che sono state addotte, non tanto per quello che riguarda la mia persona, quanto per quelle oggettive che sono state sollevate sulla necessità, in un momento di particolare difficoltà, di non cambiare, come si dice, il cavallo in corsa. Questo è un argomento che mi è parso decisivo, e che resta decisivo, ed è anche la ragione perché abbiamo fatto questo così velocemente; non c’è un momento da perdere perché la situazione è complessa. L’abbiamo detto più volte e non ci ritorno. Complessa perché abbiamo una campagna referendaria alle porte; e la campagna referendaria non sarà facile, perché dobbiamo impegnare tutte le nostra forze(…).

La prima intervista dopo la rielezione, rilasciata a Radio Popolare

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Dalla relazione politica del Presidente Nazionale uscente Carlo Smuraglia al 16° Congresso Nazionale dell’ANPI

smuraglia saluta… “Concludo, con una considerazione personale. Ritengo doveroso lasciare il posto che ho occupato in questi cinque anni, anche se mi dispiace farlo in una fase così delicata e complessa, perché stiamo parlando di rinnovamento, pur nella continuità e stiamo affrontando una dura battaglia in sede referendaria. Lo lascio con rammarico e dolore, perché questi anni sono stati intensissimi, ma ricchi, con momenti di delusioni, dispiaceri e  “grane” e momenti di grande soddisfazione. Ho dato tutto me stesso all’ANPI, perché pensavo che la presenza attiva del Presidente, anche sul territorio, fosse una necessità e perché ero convinto che L’ANPI avesse bisogno di un punto di riferimento, vorrei dire, quasi quotidiano. Da ciò i 201, faticosi, numeri delle Newsletter. Ho sentito vicinanza e partecipazione; ho trovato, in molti casi, anche sincera amicizia. Ve ne sono grato. Getterò via le lettere, anche cattive, che talvolta ho ricevuto da dissidenti più o meno anonimi o comunque non conosciuti; e conserverò, soprattutto nel ricordo, gli attestati di stima, di rispetto e soprattutto di amichevole collaborazione. Io spero che di me ricorderete almeno la disponibilità e la capacità di assumersi tutte le responsabilità necessarie, anche quando ciò era sgradevole. Io ricorderò gli aspetti migliori di questi anni e questo mi terrà compagnia, parafrasando il titolo di un bel libro “per quel che resta del giorno”. Grazie.”

La relazione completa

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Immagini di momenti della vita della nostra Sezione

 

 

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 Gemellaggio resistente Roma – Milano
con Massimo Sestili e Gigi Borgomaneri

 

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Paolo Buffa,l’ultimo dei ragazzi di via Buonarroti

 

 

 

 

 

 

 

 

17 marzo

Sala Alessi  – Presentazione comitati referndari

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18 marzo 

Omaggio a Fausto e Iaio in via Mancinelli, 38 anni dopo il loro assassinio

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I bellissimi murales in ricordo di Fausto e Iaio

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20 marzo

Cooperativa La Liberazione  – Festa per l’anniversario del nuovo Monumento ai Partigiani fucilati al Campo Giuriati

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21 marzo

Lunedì di liberazione –  Proiezione del video con i messaggi tra i capelli 

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9-10 aprile

Congresso Provinciale ANPI 

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i nostri tre grandi vecchi

19 aprile

Largo Rio de Janeiro – La lapide ai partigiani del quartiere bruciata è tornata più bella di prima

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24 aprile

Festa e musica al Campo Giuriati

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la nuova bandiera

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ode di Calamandrei

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Bella Ciao eseguita dall’orchestra GOLFO MISTICO  giovanile e multietnica della “Quintino di Vona”

25 aprile – Giornata di festa

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Posa della corona al Giuriati

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Brindisi alla Liberazione

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In corteo

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Piazza del Duomo

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Il palco

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Giusy Nicolini, sindaca di Lampedusa

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