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Archive for febbraio 2020

LUIGI CAMPEGI: COSI’ ERANO GLI UOMINI DELLA RESISTENZA

campegioldOgni anno, a Milano, i rappresentanti dell’ANPI e del Municipio 3 si ritrovano al Campo Giuriati per commemorare i partigiani là fucilati il 2 febbraio del 1945. Una prima esecuzione era già avvenuta il 14 gennaio, ed erano stati uccisi nove militanti del Fronte della Gioventù, tutti ragazzi fra i 18 e i 22 anni. Il 2 febbraio vennero fucilati cinque gappisti; una stele in un angolo appartato del grande centro sportivo ne ricorda i nomi: Franco Mandelli, Venerino Mantovani, Vittorio Resti, Oliviero Volpones e Luigi Campegi, il loro comandante.

 

campegiCampegi era un operaio di Tromello, in provincia di Pavia. Già nel 1943 si era avvicinato agli antifascisti del Partito d’Azione. Era poi passato a Milano nelle fila del Partito comunista, ed era diventato capo del gruppo dei GAP “Egisto Rubini”, succedendo a Giovanni Pesce. Nel 1944, individuato dalla polizia fascista, si era rifugiato fra i partigiani della Valsesia, presso la formazione di Cino Moscatelli. All’inizio del 1945 era però tornato a Milano, dove era responsabile delle azioni in una vasta zona della città, da Porta Venezia fino a Rogoredo, e riprese a organizzare e compiere le audaci e pericolose azioni gappistiche. Nel corso di un trasporto di armi, era stato fermato in viale Abruzzi e riconosciuto. Imprigionato a San Vittore, dopo un sommario processo davanti al Tribunale Speciale fascista, venne condannato a morte per fucilazione. Ed è quella che si svolse al Campo Giuriati.

Là era presente quel giorno un giovane di Varzi, Franco, che si era arruolato nell’esercito di Salò: non si sa se facesse parte del plotone di esecuzione – non lo ha mai confessato – o se fosse lì per qualche altra ragione. Il fatto è che dopo la guerra, tornato a Varzi, volle raccontare un episodio che lo aveva colpito in maniera particolare.

Franco conosceva bene Clemente Ferrario, un suo coetaneo che aveva scelto una strada diversa: Clemente si era subito attivato come antifascista, nella città di Pavia; aveva poi partecipato alla grande avventura della libera repubblica di Varzi e dopo la guerra aveva proseguito la sua storia di comunista e di amministratore pubblico. Si sa come succede nei paesi: i coetanei condividono ricordi di scuola, di giochi d’infanzia, di marachelle d’adolescenza. Malgrado le scelte diverse, e laceranti, che si sono fatte a suo tempo, non è difficile tornare a parlarsi, raccontarsi le proprie esperienze. E così successe: dopo la guerra Franco e Clemente tornarono a incontrarsi e una sera Franco prese da parte il vecchio compagno di scuola perché doveva raccontargli una cosa che lo aveva colpito profondamente e che non riusciva a tenere per sé.

giuriatiQueste sono le parole con cui Clemente lo ricorda: “Una mattina dell’ultimo inverno di guerra, Franco si trovava al campo Giuriati, un campo sportivo di Milano, dalle parti di Lambrate, e ha assistito alla fucilazione di cinque partigiani. Sono arrivati su un furgone chiuso e ha sentito che dentro cantavano “Bandiera rossa”, Intanto che scendevano un ufficiale gli ha spiegato che facevano parte di un GAP, Gruppo di Azione Patriottica, e gli ha indicato il comandante. Si ricordava il nome: Luigi Campegi. Era tutto pronto per l’esecuzione e Franco ha visto che Campegi si è tolto la giacca, l’ha portata a chi comandava il plotone dicendo di darla a qualcuno che poteva averne bisogno e che quindi non si doveva rovinarla con i buchi delle pallottole. Franco non riusciva a dimenticare, non accettava che il silenzio calasse su quello che lui aveva visto”.

Il silenzio è calato su Campegi, scarsamente ricordato nelle narrazioni resistenziali, e nessuno aveva mai menzionato l’episodio della giacca; lo abbiamo trovato per caso, riportato in un libretto di Clemente Ferrario dedicato agli “Uomini della Resistenza” e stampato da un editore locale, Guardamagna Editori in Varzi. Ci sembra necessario recuperare quel lontano episodio e diffonderne la conoscenza, per ricordare la tempra morale di quegli uomini: pur compiendo azioni di guerriglia che provocavano morti fra i fascisti e gli occupanti tedeschi, non erano mossi né da odio né dalla volontà di esercitare violenza e sopraffazione; quella giacca consegnata a un fascista sarebbe andata quasi sicuramente a qualcuno della sua stessa parte, ma se era qualcuno che aveva freddo poco importava. Tutti condividevano la stessa miseria, la stessa fame, le stesse privazioni: una giacca era una ricchezza da non sperperare. E anche in punto di morte, di fronte ai fucili che pochi secondi dopo avrebbero messo fine alla sua vita, Campegi – fermo, calmo e padrone di sé – restava fedele ai suoi ideali di umanità, di giustizia sociale, di rispetto e sollecitudine per i miseri e i deprivati.

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Così conclude il suo racconto Clemente Ferrario: “Tanti anni dopo mi hanno chiamato a Tromello, paese natale di Campegi, perché ne ricordassi la figura allo scoprimento di un marmo che dava il suo nome a una piazza. Dopo qualche cenno biografico ho detto di quegli ultimi istanti di vita che Franco mi aveva raccontato. C’erano, nella prima fila del pubblico, i compagni di Campegi, ho visto i loro occhi segnati dall’età gonfi di lacrime. Alla fine mi hanno abbracciato. Franco era morto tanto tempo prima. Se ci fosse stato, forse avrebbero abbracciato anche lui”. E sarebbe stato il segno di una riconciliazione autentica fra parti dello stesso popolo che erano state avversarie. Una riconciliazione realizzata non in nome di una “pacificazione” che vuole confondere le scelte di allora ponendo sullo stesso piano carnefici e vittime, ma in nome del riconoscimento dei valori etici ancor prima che politici che ispiravano gli uomini della Resistenza e che oggi si rispecchiano nella Costituzione.

 Nunzia Augeri

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