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Archive for novembre 2020

Primavera 1944: la notizia scoppiò con il fragore di una bomba. È vero che alle bombe c’erano abituati tutti, anche i bambini, ma nell’ambiente ristrettissimo del Partito comunista clandestino la cosa fece scalpore. Il partito era venuto in possesso di una radio che da Milano doveva essere recapitata ai partigiani della Valdossola.

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Agenore Vallini

Elio (Agenore Vallini) aveva incaricato del trasporto un operaio non più giovanissimo, sui quaranta o cinquant’anni, un compagno sperimentato che già aveva dato buona prova di sé nel periodo della clandestinità. Il percorso era abbastanza complesso, dati i mezzi dell’epoca e i danni provocati dai bombardamenti: bisognava prendere il treno fino a Sesto Calende e poi passare il Ticino con una barca, dato che il ponte era stato danneggiato: ed era qui dove i controlli erano più stretti e inevitabili. Poi di nuovo in treno sino a Pallanza e poi ancora in autobus per raggiungere Gravellona Toce. Da lì bisognava proseguire a piedi, su un sentiero di montagna, denominato Santa Maria, per arrivare a Casale Corte Cerro, alla frazione di Crebia. I genitori di Elio abitavano nella vicina frazione di Ricciano, dove i partigiani sarebbero passati a ritirare il prezioso pacco. In quella zona operava la Brigata partigiana Redi, il cui comandante era “Iso”, cioè Aldo Aniasi.

cippovaldossolaIl compagno, arrivato al Ticino, si rese conto che i nazifascisti stavano praticando uno stretto controllo cui non si poteva sfuggire in alcun modo: venne preso da una crisi di paura, fece dietro front e tornò a Milano. Il compagno Brambilla, responsabile dell’operazione, andò su tutte le furie: lo avrebbe radiato dal partito, processato, fucilato, scorticato, nessuna pena gli sembrava sufficiente; ma Elio riuscì a farlo ragionare: era meglio che fosse tornato sano e salvo, lui e la radio, invece di farsi sorprendere e perdere tutti e due. Brambilla si rassegnò ed evitò qualsiasi rappresaglia.

Restava però il problema della radio. Chi incaricare di quel viaggio delicato e pericoloso? Chi poteva scivolare inavvertito fra le maglie dei controlli?

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Edio Vallini

Elio pensò a suo figlio: un ragazzino tredicenne, pallido e sottile, che forse non avrebbe dato nell’occhio. Ed Edio partì, da solo, carico di uno zaino che, sotto uno strato di pane secco e di poche provviste, nascondeva la famosa radio. Il treno si fermò al Ticino e il ragazzo scese mescolandosi fra la folla che si dirigeva verso il traghetto. Raggiunse Gravellona indisturbato con il suo zaino, passando indenne per tutte le vicende del viaggio.

Già calava la sera, era quasi buio e piovigginava; percorrendo il sentiero di Santa Maria, Edio si rese conto che era in corso un rastrellamento. Poteva sentire i colpi secchi delle mitragliatrici che sibilavano sopra la sua testa, e vedeva ogni tanto dei lampi azzurri che – gli spiegarono dopo – erano dei proiettili traccianti. Arrivato alla fine del sentiero, al bivio fra Crebia e Ricciano, trovò tre partigiani caduti; non aveva mai visto dei morti, ma non gli fecero impressione: nella luce bigia della sera piovigginosa, sembravano addormentati. Su luogo ancora oggi un cippo li ricorda.

Giunse alla casa dei nonni verso le sette. Consegnò la radio, cenò serenamente con i nonni e andò a dormire, stanco. Della radio non seppe mai nulla. Ma bisogna ricordare che poco tempo dopo la frazione di Ricciano, nota per l’appoggio che dava ai partigiani della zona, venne incendiata dai nazifascisti.

I partigiani ebbero la loro radio. Il compagno che aveva avuto paura si riscattò raggiungendo in montagna una formazione garibaldina: morì in combattimento. Di lui non si seppe mai neppure il nome.

Edio non era né si sentiva un eroe: certamente si rendeva conto di quel che stava facendo, dell’importanza e del pericolo della sua missione, ma non avrebbe potuto comportarsi diversamente. L’antifascismo non era una scelta ideologica, derivava da tutta la sua esperienza di vita. Da quando, piccolissimo, vedeva la polizia portare via suo nonno anarchico, se il re o Tribunale speciale fascistaMussolini visitavano Milano. Da quando, a sette anni, aveva visto sparire suo padre, poi condannato a dodici anni di carcere dal Tribunale speciale fascista, e aveva seguito la mamma, per mesi, nel doloroso calvario della ricerca di notizie che nessuno voleva dare.

Anche l’esperienza scolastica era stata agghiacciante: alle scuole di viale Romagna era capitato nella classe di una maestra che non sopportava questo bimbo, che non era iscritto ai Balilla, che approfittava di ogni occasione per rammentare suo padre, in carcere perché contrario a Mussolini: uno scandalo. Quando arrivava in visita un gerarca in camicia nera, bisognava nasconderlo. In seconda elementare lo bocciò per non ritrovarselo nella sua classe. Anche i compagni lo consideravano strano – diceva perfino di non essere battezzato – e si tenevano alla larga. D’altra parte era obbligatorio che frequentasse fino alla quinta elementare, non potevano allontanarlo dalla scuola, ma lo fecero passare da un anno all’altro in modo quasi automatico, tenuto ai margini e ignorato. “Ero come un ebreo – dice Edio – ma senza avere accanto la solidarietà della mia gente”.

Ancora più solo si ritrovò quando la famiglia dovette abbandonare la casa di vFurore - John Steinbeck - Libro Usato - Bompiani - | IBSia Forlanini – un indirizzo ormai “bruciato”, troppo noto ai fascisti – e rifugiarsi in un piccolo appartamento al terzo piano del grande complesso popolare di via Illirico 3, dove vivevano da clandestini. Lì non poteva scendere in cortile: gli avrebbero domandato chi era, da dove veniva, era troppo pericoloso; lontano dalla Chiesa, neppure frequentava l’oratorio e le lezioni di catechismo. Chiuso in casa da solo, con l’unica compagnia dei libri, ricorda l’impressione che gli fece la lettura di “Furore” di Steinbeck: la storia di un popolo in fuga, emarginato e sfruttato, sempre ai margini della legge, con cui forse più o meno consciamente si identificava.

Antifascista non per scelta ma per destino, il giovanissimo Edio dopo la guerra troverà fra i partigiani e i compagni operai comunisti del Tecnomasio il suo futuro di uomo.

Nunzia Augeri

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