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Archive for the ‘Letteratura partigiana’ Category

NUOVO LIBRO SULLE REPUBBLICHE PARTIGIANE NEL 70° ANNIVERSARIO

nunziaNella pur ricca pubblicistica resistenziale mancava una ricerca che offrisse un quadro completo e sistematico delle repubbliche partigiane e delle zone libere che si costituirono nel 1944: quest’anno ne ricorre pertanto il 70° anniversario. Per il loro numero, l’ampiezza territoriale, l’entità delle popolazioni interessate, rappresentarono un evento significativo che non può essere considerato solo un fatto marginale nella storia della Resistenza. La ricerca di Nunzia Augeri ne ripercorre dettagliatamente la storia, includendo anche un’esperienza meridionale di democrazia diretta, in Basilicata.

Nel 1944 già si profila la sconfitta dell’Asse e le truppe nazifasciste che occupavano l’Italia non hanno più il controllo totale del territorio. In molte zone di montagna le popolazioni contadine, riunite nei loro “comuni rustici”, iniziano un’inedita esperienza di libertà. Alcune repubbliche sono effimere e durano solo pochi giorni; la loro breve durata temporale non ne inficia l’importanza storico-politica e agisce comunque in maniera incisiva sull’esperienza quotidiana dei protagonisti. In altre zone libere ci fu il tempo di esprimere una nuova classe dirigente e di sperimentare nuove forme organizzative, fondate su organismi democratici composti da civili scelti mediante libere elezioni.

Fulcro dell’operazione per la costituzione delle amministrazioni civili furono i commissari politici, istituiti nelle formazioni partigiane comuniste, socialiste e del Partito d’Azione; essi agirono su impulso del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, ma i protagonisti assoluti di queste esperienze furono i contadini, che allora rappresentavano il 50% della popolazione italiana. Poveri, ma non di intelletto e dignità, essi seppero riconoscere nella Resistenza la speranza di un futuro di pace e la fine di servitù intollerabili. Le indicazioni legislative scaturite da quelle esperienze di libertà furono recepite dagli estensori della Costituzione repubblicana.

 la copertina e il dorso

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libroborgomaneriRinnovo la tesi che un libro non vada mai spiegato, ma prima d’ogni cosa letto e poi certamente discusso. E’ questo un lavoro che certamente farà discutere e proprio per questa ragione va consigliato al popolo dell’Anpi e non solo.

Fedele a questa impostazione riportiamo solo il testo della quarta di copertina per dire grazie e ancora grazie a Gigi Borgomaneri, storico di assoluto primordine della Resistenza per questo suo nuovo contributo di verità, che ci invita a liberarci dal culto di certi stereotipi, che non fanno certamente bene alla gloriosa stagione resistenziale.

“Attraverso una documentazione assolutamente inedita e la testimonianza di Lamberto Caenazzo, all’epoca giovanissimo partigiano del popolare quartiere milanese del Giambellino, Luigi Borgomaneri ricostruisce la figura e le imprese – a tutt’oggi dimenticate e incredibili se non fossero documentate – di Carlo Travaglini, un maturo intellettuale di origine tedesca che, espulso dalla Germania negli anni Trenta dopo essere stato rinchiuso in un lager, nella Milano occupata dai nazisti si beffa per mesi della Wehrmacht e Gestapo, alternando a spericolate azioni il salvataggio dalla deportazione di centinaia tra operai, ebrei e ex prigionieri di guerra alleati, finché, scoperto, continua la sua lotta contro il nazifascismo in una formazione partigiana Lecchese.

Una biografia, quella di Travaglini, che nella sua unicità e nel suo divenire partigiano offre a Borgomaneri materia per ritornare sul tema della “scelta” al di fuori di schemi e rimandi ideologici o di partito, ragionando al contempo sulla necessità inderogabile di sottrarre la storia della resistenza a censure, a enfatizzazioni e soprattutto all’ “oleografia a tutto tondo della madre di tutti i revisionismi, quella delle ricostruzioni a posteriori di partito e ufficiali.”

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compagnidisettembreAlberto Vigevani è stato uno dei più importanti scrittori milanesi del Novecento, “anzi un poeta che ha scritto romanzi” come suggerì Lalla Romano. Il suo scritto in ordine di tempo, novembre 1944, è il primo romanzo sulla Resistenza italiana, ancor prima di Uomini e no di Elio Vittorini e del Sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. La storia si sviluppa “all’indomani dell’8 settembre, in una Italia abbandonata a sé, senza armi, senza capi e tradita umanamente, dove un giovane artista decide di abbandonare in città la moglie e un figlio appena nato, per unirsi a un piccolo gruppo di partigiani di montagna.

Il romanzo è il fedele resoconto di questa scelta: i primi cauti contatti, la distribuzione delle armi, i turni di guardia, gli scontri a fuoco, i rastrellamenti, il pensiero della morte che non dà tregua.

Con uno stile asciutto e già neorealistico, Vigevani registra la ferocia delle imboscate, l’infamia dei delatori, le viltà dei possidenti in fuga, i dubbi e gli ardori di un ventenne borghese che si misura con la necessità di uccidere e di salvare la pelle.

E’ un libro che restituisce al lettore l’aria, l’atmosfera, la passione di quei giorni tremendi ed esaltanti.”

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Una presenza inquietante nel cuore della città. Una costruzione massiccia, ostile che divide, ostacola l’incessante traffico quotidiano su viali di scorrimento, un tempo periferici, oggi vene pulsanti, caotiche di una città in pieno movimento. E dietro le mura possenti di un quadrilatero inaccessibile ai più, ma divenute ormai presenza consueta allo sguardo distratto dei passanti, quale realtà si nasconde? Non è certo il bonario nome di un santo, San Vittore, appunto, a svelare una realtà spesso volutamente ignorata, il doloroso esito finale di un processo di condanna e di espulsione, un concentrato di atroci colpevolezze, ma anche di sventure o di miserevoli esperienze di vita.

copertinaEppure il carcere di San Vittore articolato in sei raggi, i Sei petali di sbarre e cemento(1943-1945), appunto, che danno titolo all’opera di Antonio Quatela, negli anni più terribili della seconda guerra mondiale ha offerto alla città di Milano un’esperienza unica di resistenza, l’occasione per molti, di riscatto dalla barbarie fascista, anche nella condizione della più atroce e crudele prigionia.

Perlopiù ignorata, la storia di coraggiosi detenuti antifascisti nel carcere milanese presenta invece incredibili esempi di fede democratica, di fiera opposizione al nazifascismo, di profonda consapevolezza della necessità di difendere, anche a costo della propria integrità fisica e, spesso, della vita, i valori basilari dell’esistenza umana.

Colpisce nell’opera, la straordinaria affermazione di un detenuto, un giovane sacerdote di 22 anni, arrestato per attività antifascista e, come tanti, crudelmente , ma inutilmente torturato: al suo ritorno in cella, accolto dal ritmico battito metallico delle gavette, come forma di condivisione e di stima degli altri detenuti, dice di aver compreso in quel momento “cosa vuol dire fraternità, solidarietà, come valori fondanti della vita umana” anche se all’interno del più crudele stato di prigionia”.

Ma se la finalità ultima dell’opera di Quatela è proprio quella di offrire esempi di amor patrio, di eroica resistenza, di fede indistruttibile nella dignità umana, anche nei tempi oscuri in cui “l’atomo opaco del male” sembrava essersi profondamente radicato nel tessuto della nazione, è tuttavia ben preciso e documentato, il racconto di quanto all’interno del carcere avveniva, soprattutto ad opera dei più crudeli carcerieri tedeschi , supportati dai miliziani fascisti.

L’elenco delle sopraffazioni e delle torture è infinito e non riassumibile in poche righe; tuttavia si può affermare che al lettore non vengono risparmiate testimonianze di atrocità e di torture rivolte non solo ai detenuti politici provenienti dal famigerato Albergo Regina di via S. Margherita n. 6, sede del comando nazista, ma anche ad innocenti vittime di delazioni: professionisti, partigiani, antifascisti, oppositori, scioperanti, religiosi di ambo i sessi.

ranocchi_optColpisce nel racconto anche la conclamata abitudine da parte degli aguzzini, di fare man bassa degli averi degli arrestati, soprattutto se ebrei, dei quali non veniva annotato neanche il nome sui registri del carcere e a cui venivano riservate indescrivibili condizioni di prigionia nelle fetide segrete del carcere dopo i più cruenti e dolorosi interrogatori. Il racconto di umiliazioni e torture si articola implacabile nell’evocazione di vicende relative a detenuti illustri o ad anonimi prigionieri ai quali l’autore restituisce identità e dignità nel ricordo di tentate ribellioni personali, di forme d’opposizione e di resistenza; oltre, purtroppo, al racconto di disperati e crudeli suicidi o di gesti di totale follia, ai limiti, appunto, dell’umana sopportazione.

Non breve anche la narrazione dei patimenti riservati alle donne, alla violazione assidua della loro intimità, alle ritorsioni, alle continue minacce e ancora, non ultima, fra gli orrori che hanno preceduto la “luce” del 25 Aprile, la vile uccisione dei Quindici Martiri di Piazzale Loreto, pietosamente composti dal futuro parroco di S. Francesca Romana.

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Dalla mostra “Il filo dimenticato”

La lettura di queste pagine dolorose, tuttavia necessarie, nella quasi totale e generale ignoranza delle fosche vicende che si verificarono in S. Vittore nel biennio 1943-45, forse oscurate dalle ancor più immani atrocità belliche e dalla scoperta dell’orrore dell’Olocausto, si completa in un più rasserenante, ultimo capitolo le cui pagine sono destinate al ricordo di donne e uomini che, all’interno del carcere hanno saputo mantenere “un generoso e solidale impegno” a favore dei reclusi.

E’ consolante e sorprendente scoprire come anche nelle più terribili condizioni di vita all’interno del carcere, umanità e fratellanza si siano manifestate in azioni non occasionali, ma costanti, di aiuto ad ogni tipo di prigioniero da parte di guardie carcerarie, medici, infermieri (e, sorprendentemente, anche da parte di un interprete tedesco, un avvocato, docente universitario), che hanno offerto aiuto e soccorso ai detenuti: persone speciali, sprezzanti dei continui rischi di delazioni e tradimenti. E ancora molte pagine illustrano la ferma azione di sostegno e di conforto ai reclusi da parte delle suore della sezione femminile, trasformatesi in messaggere, in angeli pietosi e solidali. In particolare , spicca una figura definita: “la mamma di S. Vittore” Suor Enrichetta, accusata di alto tradimento per l’aiuto offerto alle detenute e gettata nelle celle di rigore, di cui farà, in seguito, una realistica, raccapricciante descrizione.

Sul racconto di queste azioni caritatevoli e sui profili dei numerosi angeli del carcere si conclude l’opera di Quatela che, nel tratteggiare tante figure di eroica umanità e nel ricordo infine delle drammatiche vicende dei giorni della Liberazione, vuole fermamente celebrare l’avvenuta redenzione del popolo italiano e l’inizio di una democratica e civile convivenza.

Ancora un’ultima, indispensabile osservazione: l’opera è caratterizzata da uno stile asciutto, scevro da ogni retorica, ma efficace nella completezza della narrazione assai particolareggiata e quindi “tremendamente veritiera”, nel documentare una pagina oscura, spesso colpevolmente ignorata, della nostra più recente storia.

Giuliana  Brunello

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Di recente un doveroso convegno ha ricordato l’intrepida staffetta partigiana del carcere di San Vittore, suor Enrichetta Alfieri.
librosuora_optAccusata dalle SS di alto tradimento e spionaggio, in favore della Resistenza, finisce il 23 settembre 1944 nelle fetide celle di isolamento dei sotterranei del carcere milanese chiamate i “topi”.
Dopo aver rischiato la fucilazione, suor Enrichetta viene confinata in un campo di internamento della provincia di Bergamo ed evita la deportazione nei lager tedeschi grazie all’intervento del cardinale di Milano Ildefonso Schuster.
In seguito alla Liberazione, suor Enrichetta, chiamata anche “la mamma di San Vittore”, il 7 maggio 1945 è condotta trionfante tra i raggi di piazza Filangieri dal Comitato di Liberazione Nazionale, dove riprende la sua opera al servizio dei detenuti comuni.

Di quella esperienza suor Enrichetta ci lascia Memorie di una ribelle per amore.

Per la raccolta completa degli Scritti della Beata Enrichetta Alfieri si veda:

http://www.incrocinews.it/arte-cultura/suor-enrichetta-alfieri-br-una-donna-che-sper%C3%B2-contro-ogni-speranza-1.84038

Un contributo di Orietta Ferrari Bravo:

Dalla mostra "Il filo dimenticato"

Dalla mostra “Il filo dimenticato”

Nel 2012 ho intrapreso una ricerca sul carcere di San Vittore – in particolare sulla reclusione delle donne e sulle persone che lì operano – con la documentazione che mi ha messo a disposizione un’amica che è entrata nel carcere con il gruppo giovanile della Parrocchia della Misericordia di Bresso che partecipava con canti alle celebrazioni della Messa nell’ambiente cupo della Rotonda – a cui assistevano solo gli uomini detenuti – e nella cappella delle donne dove la Messa era più raccolta e bella, dove trovavano posto detenute e ospiti e il clima era più disteso e, in alcune occasioni, anche gioioso. Non si avvertiva la presenza delle guardie carcerarie (donne).
Da lì i volontari di Bresso avevano possibilità di accesso all’infermeria e ad altri ambienti del carcere.
In particolare tra i vari atti che ho potuto esaminare si evidenzia la lettera che il cappellano del carcere, a distanza di 70 anni dai fatti come se fosse al presente, indirizza a una religiosa la cui presenza è stata significativa in quegli anni lontani 1943–1945, realtà testimoniata anche dal libro: Sei petali di sbarre e cemento di Antonio Quatela.
In quella che viene indicata come “lettera aperta” a Suor Enrichetta Alfieri, il cappellano presenta la donna come figura di oggi e ne sottolinea l’attualità del suo operare in favore dei detenuti, che fu determinante per la sorte di uomini e donne reclusi nel carcere per imputazioni che durante l’occupazione nazista riguardavano la razza, l’appartenenza religiosa, la sessualità e per le idee politiche non in linea con il fascismo.
Lo scritto vuole sottolineare l’attualità dell’impegno e della dedizione della religiosa alla causa dei perseguitati. Viene citata come importante e unica presenza femminile che si era esposta in maniera rischiosa e provocatoria per smuovere gli uomini, i maschi, che rappresentavano l’autorità e ricoprivano ruoli di comando, per contrastare la ferocia dei tedeschi e dei fascisti sui detenuti.
Una figura trasgressiva in anticipo sui tempi che si pone ancor oggi come esempio nella difesa della libertà e che esercita una carità rischiosa che mette a repentaglio la sua stessa vita, dedita alla causa dei detenuti.
suorenrichettaLa breve biografia che ho cercato di riassumere, mette in evidenza l’ambiente in cui si è formata.
Enrichetta Alfieri, nasce nel 1891 a Borgo Vercelli da genitori cattolici che provvedevano alla famiglia coltivando un piccolo appezzamento di terra.
Sul loro esempio di vita cristiana Maria Domenica, così battezzata, prende i voti nel marzo del 1913. Poco dopo consegue il diploma di abilitazione magistrale. Diviene Superiora della Comunità nel carcere di San Vittore dove le suore prestano la loro opera per il bene delle detenute.
Scrive il cappellano: “…sei stata marchiata con il n° 3209 per una tua trasgressione in favore dell’altro, del misero, dello straniero. Conta più la matricola che la tua identità. La tua è di quattro numeri. Oggi siamo arrivati al numero 142073. Detenuti, agenti, medici, esprimevano solidarietà quando sei finita nel Tombone: quella cella fetida nei sotterranei di San Vittore. Ti hanno chiamato mamma, angelo, sorella di San Vittore. Anticipavi i tempi vedendo l’abolizione del carcere.”
Nel luglio del 1943 per una violenta rivolta in carcere e a causa dei bombardamenti aerei, le suore vengono allontanate. Quando i tedeschi assumono il controllo dell’Italia settentrionale e di Milano, carcere di San Vittore compreso, le suore riprendono il loro servizio schierandosi con i detenuti, a loro rischio contrastando la ferocia degli aguzzini nazisti. La religiosa viene arrestata con l’accusa di spionaggio perché si prodiga per mettere in salvo persone indiziate e rischia la deportazione in Germania.
Il cardinale di Milano Alfredo Ildefonso Schuster intercede per lei e ottiene che la suora sia internata nel “campo di internamento” presso il Convento delle Suore delle Poverelle di Grumello al Monte (Bergamo) e successivamente internata presso la Casa Provinciale delle Suore di Carità di Brescia, dove scrive le memorie di quei giorni, fonte preziosa in futuro perché le suore del carcere avevano distrutto i documenti che potevano compromettere la Superiora e loro stesse.
Pochi giorni dopo la liberazione di Milano, un’automobile inviata dal CLN la riporta trionfalmente nel carcere di San Vittore attesa e richiesta dai detenuti. Riprende a servire.
Muore nel 1951 dopo una caduta accidentale (con frattura del femore) in piazza del Duomo, sconnessa per lavori di ripristino.
Negli anni 1995-96 si è svolto il processo di Beatificazione. E’ proclamata Venerabile nel 2001. Beatificazione il 26 giugno 2011.

Orietta Ferrari Bravo

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storeiresistenzaUn libro per principio, penso, non vada mai spiegato, ma letto. E quando si racconta un libro non voglio mai sapere, come del resto di un film, il finale. Sono immancabilmente desideroso di sorprese.
Ebbene questo libro è un libro che vi sorprenderà capitolo dopo capitolo per la ricchezza di narrazioni e curiosità che scoprirete sul tema della Resistenza.
Storie della Resistenza, curato da Italo Poma e Domenico Gallo, è una immersione nella complessità delle vicende di quella stagione. E’, come dicono i curatori del volume, un’antologia di scritti “a caldo” ad opera di intellettuali, scrittori, poeti che attraversarono di persona quella formidabile pagina di storia epica e tragica al tempo stesso.
E’ un libro che si muove, a mio parere, nella scia di un giudizio forte e severo di Liliana Segre, la quale durante un convegno di accreditati storici impegnati a filosofeggiare sugli orrori della Shoah ha affermato: “Che parlino giustamente i testimoni prima di ogni altro”. Affermazione che condivido in toto.
Nove sono, per così dire, le tappe che ci accompagnano in questo viaggio verso la libertà. Dalla controversa questione che registra la difficoltà di trovare una definizione condivisibile di Resistenza. Esempio: fu guerra di liberazione o guerra sociale, guerra civile o guerra di classe, o forse fu tutte queste cose?
A seguire si parla dei buoni maestri dell’antifascismo, cioè di coloro che seppero mantenere la schiena dritta e affrontarono la persecuzione mussoliniana per non aver accettato l’iscrizione o compromessi con il regime.
La terza sezione affronta la problematica questione che molti giovani di quella generazione dovettero affrontare: diventare partigiano o di finire tra i “ragazzi di Salò”, oppure starsene alla finestra in attesa degli eventi?
(altro…)

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gioventupartigiana_optLa Resistenza non è stata un pranzo di gala: è detto nell’introduzione del libro di Franco Foglino. Per liberare l’Italia dal nazifascismo, non dimentichiamolo mai, decine di migliaia di giovani uomini e giovani donne hanno perso la vita.
Quelle storie, quei sacrifici estremi, con le loro molteplici narrazioni, vanno ricordati e trasmessi alle nuove generazioni.
Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz in un suo scritto afferma giustamente “Che parlino soprattutto i testimoni” anziché gli storici. Nelle testimonianze vissute c’è una realtà insostituibile, e in Gioventù partigiana di Franco Foglino ritroviamo tutta quanta quella incredibile realtà.
Non è solo un bel libro, è in verità un bellissimo libro testimoniale di quella formidabile stagione. E devo dirvi che mi sembra di vederla quella gioventù partigiana, ognuna con il proprio fazzoletto distintivo: i Garibaldini con quello rosso, le Matteotti bordò, i Badogliani blu, gli Azionisti verde, ma tutti impegnati per il colore della Libertà.

Nella Premessa Franco Foglino spiega le ragioni della sua scelta partigiana: “Creare un mondo migliore, più libero, più giusto, qui da noi in Italia e non solo”.
Nelle conclusioni, amaramente registra in parte il fallimento di quella speranza di vedere realizzato un mondo migliore, più libero, più giusto… E come non dargli ragione.

Quelle parole profetiche di delusione oggi più che mai inquadrano il nostro benedetto e maledetto tempo fatto di ammucchiate improponibili.
Certi incesti politici generano voragini di amarezze soprattutto per chi ha posto al centro della propria esistenza l’etica politica come valore principe

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foglinoviso_optFranco Foglino, nato a Torino il 21 marzo 1926, aderisce alla resistenza nel periodo 1944-1945 come partigiano combattente delle formazioni “Garibaldi” e “Giustizia e Libertà”. Conseguita la laurea in Agraria nel 1949, si specializza in Scienza e conservazione del suolo, agricoltura tropicale e subtropicale. Partecipa a progetti di sviluppo in Africa, Asia e America, soprattutto per la FAO.

Franco Foglino durante l’inaugurazione della nuova Sezione Anpi di Pieve Emanuele

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