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Archive for the ‘Storie “MINIME” di antifascismo e lotta partigiana’ Category

Primavera 1944: la notizia scoppiò con il fragore di una bomba. È vero che alle bombe c’erano abituati tutti, anche i bambini, ma nell’ambiente ristrettissimo del Partito comunista clandestino la cosa fece scalpore. Il partito era venuto in possesso di una radio che da Milano doveva essere recapitata ai partigiani della Valdossola.

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Agenore Vallini

Elio (Agenore Vallini) aveva incaricato del trasporto un operaio non più giovanissimo, sui quaranta o cinquant’anni, un compagno sperimentato che già aveva dato buona prova di sé nel periodo della clandestinità. Il percorso era abbastanza complesso, dati i mezzi dell’epoca e i danni provocati dai bombardamenti: bisognava prendere il treno fino a Sesto Calende e poi passare il Ticino con una barca, dato che il ponte era stato danneggiato: ed era qui dove i controlli erano più stretti e inevitabili. Poi di nuovo in treno sino a Pallanza e poi ancora in autobus per raggiungere Gravellona Toce. Da lì bisognava proseguire a piedi, su un sentiero di montagna, denominato Santa Maria, per arrivare a Casale Corte Cerro, alla frazione di Crebia. I genitori di Elio abitavano nella vicina frazione di Ricciano, dove i partigiani sarebbero passati a ritirare il prezioso pacco. In quella zona operava la Brigata partigiana Redi, il cui comandante era “Iso”, cioè Aldo Aniasi.

cippovaldossolaIl compagno, arrivato al Ticino, si rese conto che i nazifascisti stavano praticando uno stretto controllo cui non si poteva sfuggire in alcun modo: venne preso da una crisi di paura, fece dietro front e tornò a Milano. Il compagno Brambilla, responsabile dell’operazione, andò su tutte le furie: lo avrebbe radiato dal partito, processato, fucilato, scorticato, nessuna pena gli sembrava sufficiente; ma Elio riuscì a farlo ragionare: era meglio che fosse tornato sano e salvo, lui e la radio, invece di farsi sorprendere e perdere tutti e due. Brambilla si rassegnò ed evitò qualsiasi rappresaglia.

Restava però il problema della radio. Chi incaricare di quel viaggio delicato e pericoloso? Chi poteva scivolare inavvertito fra le maglie dei controlli?

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Edio Vallini

Elio pensò a suo figlio: un ragazzino tredicenne, pallido e sottile, che forse non avrebbe dato nell’occhio. Ed Edio partì, da solo, carico di uno zaino che, sotto uno strato di pane secco e di poche provviste, nascondeva la famosa radio. Il treno si fermò al Ticino e il ragazzo scese mescolandosi fra la folla che si dirigeva verso il traghetto. Raggiunse Gravellona indisturbato con il suo zaino, passando indenne per tutte le vicende del viaggio.

Già calava la sera, era quasi buio e piovigginava; percorrendo il sentiero di Santa Maria, Edio si rese conto che era in corso un rastrellamento. Poteva sentire i colpi secchi delle mitragliatrici che sibilavano sopra la sua testa, e vedeva ogni tanto dei lampi azzurri che – gli spiegarono dopo – erano dei proiettili traccianti. Arrivato alla fine del sentiero, al bivio fra Crebia e Ricciano, trovò tre partigiani caduti; non aveva mai visto dei morti, ma non gli fecero impressione: nella luce bigia della sera piovigginosa, sembravano addormentati. Su luogo ancora oggi un cippo li ricorda.

Giunse alla casa dei nonni verso le sette. Consegnò la radio, cenò serenamente con i nonni e andò a dormire, stanco. Della radio non seppe mai nulla. Ma bisogna ricordare che poco tempo dopo la frazione di Ricciano, nota per l’appoggio che dava ai partigiani della zona, venne incendiata dai nazifascisti.

I partigiani ebbero la loro radio. Il compagno che aveva avuto paura si riscattò raggiungendo in montagna una formazione garibaldina: morì in combattimento. Di lui non si seppe mai neppure il nome.

Edio non era né si sentiva un eroe: certamente si rendeva conto di quel che stava facendo, dell’importanza e del pericolo della sua missione, ma non avrebbe potuto comportarsi diversamente. L’antifascismo non era una scelta ideologica, derivava da tutta la sua esperienza di vita. Da quando, piccolissimo, vedeva la polizia portare via suo nonno anarchico, se il re o Tribunale speciale fascistaMussolini visitavano Milano. Da quando, a sette anni, aveva visto sparire suo padre, poi condannato a dodici anni di carcere dal Tribunale speciale fascista, e aveva seguito la mamma, per mesi, nel doloroso calvario della ricerca di notizie che nessuno voleva dare.

Anche l’esperienza scolastica era stata agghiacciante: alle scuole di viale Romagna era capitato nella classe di una maestra che non sopportava questo bimbo, che non era iscritto ai Balilla, che approfittava di ogni occasione per rammentare suo padre, in carcere perché contrario a Mussolini: uno scandalo. Quando arrivava in visita un gerarca in camicia nera, bisognava nasconderlo. In seconda elementare lo bocciò per non ritrovarselo nella sua classe. Anche i compagni lo consideravano strano – diceva perfino di non essere battezzato – e si tenevano alla larga. D’altra parte era obbligatorio che frequentasse fino alla quinta elementare, non potevano allontanarlo dalla scuola, ma lo fecero passare da un anno all’altro in modo quasi automatico, tenuto ai margini e ignorato. “Ero come un ebreo – dice Edio – ma senza avere accanto la solidarietà della mia gente”.

Ancora più solo si ritrovò quando la famiglia dovette abbandonare la casa di vFurore - John Steinbeck - Libro Usato - Bompiani - | IBSia Forlanini – un indirizzo ormai “bruciato”, troppo noto ai fascisti – e rifugiarsi in un piccolo appartamento al terzo piano del grande complesso popolare di via Illirico 3, dove vivevano da clandestini. Lì non poteva scendere in cortile: gli avrebbero domandato chi era, da dove veniva, era troppo pericoloso; lontano dalla Chiesa, neppure frequentava l’oratorio e le lezioni di catechismo. Chiuso in casa da solo, con l’unica compagnia dei libri, ricorda l’impressione che gli fece la lettura di “Furore” di Steinbeck: la storia di un popolo in fuga, emarginato e sfruttato, sempre ai margini della legge, con cui forse più o meno consciamente si identificava.

Antifascista non per scelta ma per destino, il giovanissimo Edio dopo la guerra troverà fra i partigiani e i compagni operai comunisti del Tecnomasio il suo futuro di uomo.

Nunzia Augeri

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Mi chiamo Miranda Rossi e sono nata a Milano il 31 maggio 1928.
Dopo l’8 settembre del 1943 tornammo a Milano da Trieste dove ero sfollata con mia madre.
adriatischeLasciammo Trieste ormai occupata dai tedeschi e che avevano dato vita alla “Adriatisches Kustenland” (Riviera Adriatica), un territorio staccato dall’Italia.
A Milano trovammo la città in preda al panico, dopo i terribili bombardamenti dell’agosto, occupata dai tedeschi e con il ritorno dei fascisti della repubblica di Salò.
Il problema più importante per la famiglia era quello di trovare cibo sufficiente, impresa nella quale dedicai tutto il mio impegno, compreso il recupero di carbone per la stufa, andando di notte allo scalo di Lambrate, dai treni in partenza per la Germania, assieme a tante donne, rischiando molto anche perché c’era il coprifuoco.
Fu in quel periodo che entrai in contatto con la cartolaia di Via Aselli angolo viale Argonne. Si chiamava Mery Markus, era di origine ungherese ed aveva una figlia, Valeria. mia amica.
E fu così che entrai in contatto con la Resistenza. Mery era un punto di riferimento delle Brigate SAP Garibaldi,ma questo lo avrei saputo solo dopo.
Un giorno mi affidò un pacchetto da portare a Monza: conteneva volantini antifascisti. A Monza ci arrivai con il tram interurbano e consegnai il pacchetto ad una persona che mi aspettava.
Cominciai così a portare in giro la stampa clandestina agli indirizzi che mi dava la Mery.
Una volta il tram su cui ero salita vanne fermato da un rastrellamento tedesco. Perquisirono tutti, ma mi andò bene perché non trovarono i volantini che avevo nascosto sotto la gonna.
Fu così che passò il terribile inverno 1944/45.
tonoliMio padre, che era capo del personale alla Tallero, venne chiamato più volte al Gruppo fascista rionale Tonoli perché avrebbe dovuto prendere la tessera al partito fascista repubblichino. Lui non si presentò e tocco a me andare più volte alla sede del Gruppo per giustificarlo raccontando qualche bugia.

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25 Aprile 1945 in piazza Susa – Acquarello di Bruno Mantica

Arrivò il 25 Aprile. Scesi in piazza Fusina dove c’era un concentramento di partigiani. Su uno di quei camion c’era quello che sarebbe diventato mio marito, Libero, ma io non lo sapevo e neanche lo conoscevo. Ma questo lo scopersi dopo.
Mery mi consegnò la fascia di riconoscimento del CLN, che conservo tuttora.
Il 29 aprile andai con mia sorella Edda a Piazzale Loreto dov’era esposto il corpo di Mussolini: c’era tanta gente, anche quella che prima l’aveva applaudito.
Cominciarono le feste nei cortili delle case popolari, anche nella mia, alle quali partecipavo con entusiasmo. franciE nella mia casa venne ricordato il caduto partigiano Luigi Franci, della 3.a GAP, morto nel corso di un’azione contro i fascisti, che aveva abitato accanto a me , senza sapere chi era. Adesso ogni anno viene portata una corona alla lapide che lo ricorda sulla facciata della casa.
Ormai, dopo aver respirato l’aria della Resistenza, ero diventata anche politicamente matura.
Nel mese di maggio decisi di iscrivermi al PCI, poi iniziai la mia attività politica alla Casa del Popolo di via Andrea del Sarto, già sede del gruppo fascista Tonoli.
Avevo 17 anni, incontrai un ragazzo, ci frequentammo e divenne mio marito nel 1948.

Testimonianza raccolta da Libero Traversa – ottobre 2016

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Per molti anni ho fatto ricerche sulla 140.a Brigata Garibaldi ricorrendo a libri, documenti, articoli, ricordi personali, senza trovare una traccia concreta.

Ex Casa del Fascio

Ex Casa del Fascio

Eppure vi avevo fatto parte nei giorni dell’Insurrezione. Infatti, la mattina del 25 Aprile, come da accordi,mi presentai all’appuntamento fissato in Piazzale Fusina, angolo viale Argonne. Lì c’era un camion con i partigiani e andammo subito ad occupare la casa del fascio “Tonoli” in via Andrea del Sarto, che poi divenne la Casa del Popolo con sede della Sezione “25 Aprile” del PCI.
Da lì ci trasferimmo al Palazzo di Giustizia, dove era già in funzione il Tribunale del CLN e fummo inquadrati nella formazione partigiana che si era insediata: la 140.a Brigata Garibaldi.
Avevo partecipato attivamente alla Resistenza clandestina militando nel 23° Distaccamento dei Giovani d’Azione di “Giustizia e Libertà” a partire dall’agosto 1944. Vi avevo fatto parte con la mia squadra con decine di azioni militari e propaganda (disarmi, lanci di volantini, comizi volanti, ecc.)
brigatagaribaldiMa il 25 Aprile eravamo entrati nella Polizia Giudiziaria del CLN, costituita appunto dalla 140.a Brigata Garibaldi,
Rimasi in forza al Palazzo di Giustizia (partecipando agli scontri del 27 aprile contro l’attacco di fascisti) fin dopo la sfilata partigiana del 6 maggio in Piazza del Duomo. Poi venimmo trasferiti nella caserma di Corso Magenta (già della Decima Mas) dove rimanemmo fino al 15 Maggio quando consegnammo le armi agli inglesi che ci congedarono con 5 mila lire e un attestato del generale Alexander.
Non avevo più sentito parlare della 140.a. Eppure ho conosciuto bene il suo Commissario politico che era Ivo Moskovich e il suo comandante militare che si chiamava Carlo Barin, sempre accompagnato dalla moglie Gianna.
libroborgomaneriRecentemente, leggendo il libro di Luigi Borgomaneri Lo straniero indesiderato e il ragazzo del Giambellino (Edizione ISEC) ho trovato una nota a piè della pagina 195, che trascrivo qui di seguito: “ Stefano Moskovich ( “Ivo”) nato a Budapest nel 1914, è tra gli organizzatori del gruppo clandestino denominato MC7. Commissario politico della 140.a Brigata Garibaldi Sap, ufficialmente costituita nei giorni della Insurrezione, è nominato Presidente della II Sezione di Giustizia del CLN e poi commissario capo della Polizia investigativa politica presso il Palazzo di Giustizia di Milano”.
Così ho ritrovato la “mia” 140.a Brigata Garibaldi. Grazie allora a Gigi Borgomaneri, alla sua nota e all’ISEC. Adesso mi sento più tranquillo dopo aver avuto conferma dell’esistenza della 140.a, nella quale ho terminato la mia Resistenza, prima clandestina in “Giustizia e Libertà” e poi nei giorni dell’Insurrezione con la 140.a Brigata Garibaldi.

Libero Traversa

Caro Libero,
il tuo pezzo è quasi commovente, vi si sente la gioia di avere ritrovato momenti importanti della propria vita; nomi, volti e accadimenti di giorni pieni di entusiasmo davanti ai quali sembrava spalancarsi l’inveramento di un nuovo mondo a lungo sognato. Sono contento di avervi contribuito, anche se soltanto in piccola parte.
Ho guardato nel mio archivio ma non sono riuscito a ritrovare il documento con la breve cronistoria della cellula MC47, di cui ti ho parlato. Sono però certissimo di averlo a suo tempo fotocopiato dall’originale conservato all’ISEC di Sesto San Giovanni. Appena avrò tempo per andarci, ne rifarò due fotocopie e una sarà naturalmente per te.
Un caro saluto e un sincero augurio di Buone Feste.

gigi

 

 

 

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selfieAntefatto: il 31 luglio, Libero Traversa ed io, abbiamo incontrato un gruppo di scout di Siracusa, di passaggio a Milano lungo la Route Agesci che si è conclusa con il raduno nazionale a san Rossore. Il tema di quest’anno era il coraggio e con grande piacere abbiamo accolto la richiesta di un incontro con un partigiano e come “luogo del coraggio” quale miglior luogo se non la Loggia dei Mercanti dove sono ricordati i milanesi Caduti per la Libertà?
A ricordo di quel giorno i ragazzi ci hanno mandato i selfie che abbiamo fatto alla fine dell’incontro, in memoria di un incontro che ci ha segnati profondamente in maniera molto positiva. Grazie a voi per averci permesso di realizzare questo incontro. “

Abbiamo parlato di Resistenza ma soprattutto di Resistenti, giovani che hanno avuto il coraggio di scegliere anche a costo del carcere, della deportazione, della vita e ricordato la presenza dello scoutismo cattolico clandestino sotto il fascismo, la creazione del gruppo O.S.C.A.R., della diffusione del giornale clandestino “Il Ribelle”, di Don Giovanni Barbareschi che benedì le salme dei Martiri di Piazzale Loreto di cui di lì a pochi giorni sarebbe giunto il 70° anniversario del sacrificio.

Qui la storia de Natale Verri detto “Nino” scout e partigiano fucilato pochi giorni prima della Liberazione e il cui nome troviamo sulle lastre di bronzo della Loggia dei Mercanti, storia tratta da “L’inverno e il rosaio. Storie di scautismo clandestino”  a cura di Arrigo Luppi

[…]

Sono trascorsi sei anni da quando Nino, Gigetto e Lucianino hanno «cambiato pelle» e saltato il ruscello, passando da lupetti a scouts.
Gigetto, passato ai fascisti, ci si è invischiato sempre più ed ora fa parte delle «Brigate nere». Lucianino, tornato subito alla «Casa del Padre», ci protegge dal cielo.
aquilerandagieResta lui, a vivere sulla terra, con le Aquile Randagie, la sua promessa scout. È con Baden, al collegio San Carlo, dove ha cominciato a frequentare la terza liceo classico. Come gli altri giovani della sua età, vive nel timore di un bando della Repubblica Sociale, che lo chiami alle armi. E il bando arriva, con tutte le minacce per chi non si presenti, affisso su tutti i muri di Milano.
«Vuoi che ti faccia scappare in Svizzera?»
«Ma Baden, posso esporre la mia famiglia alle persecuzioni cui vanno soggette le famiglie dei renitenti alla leva?»
Dopo qualche mese, lo spediscono in Germania con la divisione Littorio, per addestramento. Terminato questo, lo rimpatriano e lo assegnano alla divisione antipartigiani, di stanza a La Thuile, sulla strada del piccolo San Bernardo.

Nino Verri

Nino Verri

«Il prezzo da pagare per l’incolumità della mia famiglia diventa troppo alto; né, penso, i miei lo vorrebbero. Dovrei, ora, attuare contro i partigiani quel fanatismo e quelle crudeltà che hanno tentato di inculcarmi in Germania. Non è possibile».
Altri la pensano come lui, e si organizzano per tentare la fuga.
«Domani andrò con la mia squadra per il pattugliamento, nella zona del «Piccolo» – gli dice Marco. Avvertirò anche Renzo, Franco e Gianni. Fatevi trovare alle quattro, al ponte sul Ruitor. Io mi porterò fino al bivio, per non destare sospetti; là, mi butterò nel bosco e vi raggiungerò». Tutto si volge secondo i piani, e il gruppo al completo si trova al ponte.
«Ci siamo già abbastanza allontanati, e passeranno almeno altre due ore, prima che scoprano la nostra assenza. Né possono sapere quale direzione abbiamo preso. Ci attende ora, una lunga e pesante camminata, per raggiungere la zona dove operano i partigiani della divisione «Vall’Orco», avverte Marco. Camminano da otto ore, e sono molto stanchi, quando, improvvisa, una voce ordina:
«Non muovetevi. Gettate le armi e alzate le braccia. Siete circondati». Una ventina di partigiani, infatti, li tengono sotto il tiro dei loro «mitra». Eseguiti i comandi, la voce riprende: «Chi siete? E dove andate?» Per tutti risponde Marco: «Abbiamo abbandonato il nostro reparto, per non combattere contro di voi. Vorremmo aggregarci ad una formazione partigiana».
«Vi portiamo dal Capo. Avanti. Cecco, fai strada; noi seguiamo e… non fate scherzi! »

L’inverno era stato duro, in montagna; ma ormai le campane della Resurrezione avevano riempito le valli del loro suono festoso, risvegliando una gran voglia di nuova vita. Purtroppo, erano ripresi anche i rastrellamenti dei repubblichini (come venivano chiamati i soldati della Repubblica Sociale).
Quindici giorni dopo Pasqua, un gruppo di partigiani, mentre si trasferisce ad altra base, incappa in un reparto fascista, che rastrella la zona. Riescono a sganciarsi ed a riprendere il cammino. Renzo, però, che è stato ferito ad un piede, non riesce a reggere andatura. Mi fermo con te. Li raggiungeremo più tardi».
«No Nino, vai, ci prenderanno tutti e due. Lasciami, me la caverò da solo. E, per male che vada, ne avranno uno solo da fucilare». I fascisti, che danno loro la caccia, si stanno avvicinando. «Non ti lascio, ci faremo coraggio a vicenda».
Catturati e malmenati, vengono riportati a La Thuile e sottoposti a processo sommario da quelli che erano stati i loro ufficiali.
«Morte per fucilazione», la sentenza.
certificatoverriIl Parroco tenta di distogliere gli ufficiali dall’eseguire la sentenza:«Entro pochi giorni dovrete arrendervi. Perché volete caricarvi la coscienza di un inutile delitto?» ma non riesce, e in attesa dell’esecuzione, conforta in carcere i condannati, e porta loro i Sacramenti. «Se vuoi, tento di farti fuggire, propone». «Grazie, no; Renzo non potrebbe venire con me, e, forse, fucilerebbero un altro al mio posto».
Alle ore venti, del 16 aprile, Natale Verri, detto Nino, col suo compagno Renzo viene fucilato in località La Salpetiera di La Thuile.
Il giorno dopo gli ufficiali che l’avevano condannato a morte, si arrendevano agli Alleati.

[…]

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viacaronti

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Dedico questi appunti agli abitanti di via Caronti di oggi.

Dopo tante sollecitazioni, ho deciso di scavare nella mia memoria per comporre il puzzle che ha visto scorrere la mia vita e quella della mia famiglia.

Una piccola via, senza edifici particolari, senza tracce della Grande Storia, ma che ha visto la presenza di esistenze uniche e importanti, come lo sono tutte.
Vite che si sono incrociate, hanno giocato assieme, hanno sofferto, hanno costruito e disfatto,… come noi – oggi – abitanti di via Caronti ci incontriamo e riconosciamo tra i “confini” di una piccola via …

Libero Traversa

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Vogliamo ricordare la Festa Internazionale della Donna dell’8 Marzo con due brevi storie, apparentemente lontane geograficamente, ma in realtà vicine per via del contributo che l’universo femminile ha dato alla conquista della libertà nella lotta al nazifascismo.

Le “streghe della notte”: che  donne!

Le streghe della notte

Le streghe della notte

Il giorno 8 marzo 1945 – durante le Festa Internazionale della Donna – nel teatro cittadino di Tuhol nella Prussia Orientale riconquistata dalle truppe sovietiche, il Comandante in capo Maresciallo Rokossovskij è di fronte a un folto pubblico composto di ragazze vestite con le pesanti tute di volo da aviatore. Rokossovskkij dichiara “Compagne, conoscevo le vostre gesta leggendarie, so che volete combattere alla pari degli uomini, dunque continuate pure fino a Berlino !” e conferisce a molti piloti donne l’ onorificenza della Stella d’Oro di Eroine dell’URSS.
Sono i piloti dei 586° 587° e 588° Reggimenti aerei che combattono dal 1941 in Gruppi operativi composti solo da personale femminile.
Questa è una storia interessante per non dire incredibile e poco conosciuta nel mondo, che rivela, se ancora fosse necessario, come le donne possono fare tutto quello che fanno gli uomini e anche con più dedizione.
Il 22 giugno 1941 la Germania e i suoi alleati hanno attaccato l’URSS con 2 milioni di soldati, 2000 aerei e 3000 carri armati sbaragliando le Forze Armate sovietiche che subiscono perdite inaccettabili di soldati, aerei, carri armati. La Wehrmacht baldanzosa e invincibile minaccia Mosca.
In quei giorni drammatici e di incertezza sul futuro arrivano al Governo sovietico le lettere di centinaia di ragazze frequentatrici degli club di volo che si offrono volontarie per combattere sul fronte; moltissime hanno il brevetto di pilota, navigatore o di paracadutista. Le spinge non solo la volontà di difendere la Patria ma anche la riconoscenza verso uno Stato che, contrariamente all’impero zarista, ha permesso loro l’accesso allo studio, alla sanità e la libertà di scelte grazie alla Costituzione che sancisce la parità tra i due sessi.

Marina Raskova

Marina Raskova

Alla fine del 1941 Marina Raskova, forte del proprio prestigio e popolarità di pilota detentrice di diversi record ottiene l’autorizzazione alla costituzione di tre Reggimenti aerei composti esclusivamente da personale di terra e piloti donne.

Al bando di arruolamento le risposte sono stupefacenti: centinaia di giovani donne tra i 17 e i 22 anni, studentesse, laureate, operaie, aviatrici esperte si propongono e si presentano spontaneamente con gli zaini in spalla. Inizia la selezione per armieri, meccanici, ufficiali di rotta, piloti nonostante l’ironia dei militari maschi, mancano gli indumenti, le tute di volo e gli stivali delle misure adeguate e tutto va adattato con risvolti spesso umoristici.

La Raskova provvede a selezionare tutti i quadri poi le ragazze vengono trasportate a Engels, una cittadina lontana dal fronte, dove imparano la disciplina militare e la preparazione al combattimento durante pesanti corsi accelerati di oltre 12 ore al giorno. Gli ufficiali uomini non nascondo ironia e ilarità “ragazzine pretendete di combattere e di pilotare dei veri aerei da caccia?”
Nell’aprile 1942 diventano operativi tre reggimenti aerei:

aereiIl 586° reggimento caccia sul monoplano Yak-1  sotto il comando di Ekaterina Budanova e Lidija Litvjak

il 587° reggimento sul bimotore Petliakov-2 detto Boston difficile da pilotare, simile al De Havilland Mosquito inglese per prestazioni e allo Ju. 88 tedesco, è un bombardiere dotato di aereofreni in cui l’equipaggio deve resistere alla spaventosa accelerazione del tuffo in verticale sull’obiettivo.

Il 588° reggimento sui vecchi biplani Polikarpov Po-2  sotto il comando di Marina Raskova per il bombardamento notturno. Si tratta di un biplano spartano, obsoleto, in legno e tela prodotto in 13.000 esemplari usato inizialmente come addestratore e per lavori agricoli, con modeste prestazioni ma affidabile, due abitacoli aperti per pilota e mitragliere, un modesto carico di bombe ma grande portanza alare che lo rendono idoneo ormai solo per il volo a bassa quota.

Nella sua vita operativa il 588° compie ben 23.672 missioni di guerra sganciando circa 3.000 tonnellate di bombe. La tecnica notturna è di imballare il motore e scendere a quote basse per silenziare la planata; spesso vengono eseguite anche dieci missioni per ogni notte in ogni condizione meteo mettendo a dura prova la resistenza degli equipaggi, che poi di giorno devono rifornire e manutenzionare i vecchi biplani. Gli aerei non hanno un vano bombe per cui spesso vengono lanciati nel buio grappoli e cesti pieni di bombe a mano.
Nel settembre 1942 il Comandante tedesco Johannes Steinhoff, irato e stupefatto, conia nel suo diario per il 588° stormo il termine “streghe della notte” e scrive: “noi non ci capacitiamo che i piloti russi che ci danno più fastidio siano donne, vengono di notte con i loro vecchi biplani e non ci fanno dormire”
E’ questa l’unità più decorata, al massimo della sua efficienza conta 40 equipaggi di due donne ciascuno, dei quali 31 membri muoiono in combattimento tra il 1942 e il 1945.
Marina Raskova, l’animatrice delle “streghe della notte”, precipita il 4 gennaio 1943 sul fronte di Stalingrado durante una tempesta di neve, aveva solo 30 anni.

Tutte le donne (con funzioni di pilota, armeria e meccanica) vivono in rifugi distrutti, umidi e freddi, con poco cibo e acqua, scarsi rifornimenti, senza mensa e dormitori, in aeroporti improvvisati senza segnaletica dove devono provvedere alla manutenzione degli aerei, delle armi e al carico delle pesanti bombe.
Gli equipaggi volano senza paracadute perché impaccia i movimenti negli angusti abitacoli, inoltre sanno che sarebbe una tragedia finire vive nelle mani dei tedeschi. Solo dopo un incidente che coinvolge mortalmente un equipaggio le ragazze si rassegnano ad adottarlo.

Lidija Litvajak è la prima donna al mondo ad abbattere un aereo nemico, abbatte 12 aerei prima di cadere in battaglia nell’agosto 1943.

Nadia Popova

Nadia Popova

I tre gruppi di combattimento partecipano a tutte le principali battaglie: Vorosilograd, Stalingrado, Kursk, Kiev, Grozny in Cecenia, Smolensk, in Crimea e in Prussia poi fino a Berlino.
Nadia Popova  ricorda nel suo diario i valori di amicizia e di solidarietà che legavano queste combattenti provenienti da ogni etnia: ucraine, russe, ebree, armene, bielorusse.

stregheIl famoso fotoreporter russo Eugenij Chaldej – il Frank Capa del fronte orientale – ricorda come le ragazze, alcune molto belle, nonostante tutte le difficoltà logistiche mantengono molta attenzione al proprio aspetto fisico e all’ ordine nelle divise ignorando il gelo, la nebbia, la pioggia, il fango sulle piste improvvisate e negli alloggi precari.

Nel dopoguerra inizia la smobilitazione delle tre unità aeree, molte ragazze proseguono gli studi come insegnanti, giornaliste, memorialiste, medici, funzionari pubblici; una di loro dirige un film sulle vicende belliche delle formazioni. Nell’ ex -URSS vi sono ancora molti monumenti e targhe a memoria di queste donne.
Tutte queste persone intervistate nel dopoguerra rispondono con la medesima frase “sono stati i giorni migliori delle nostre vite!” (1)

Valter Barretta

(1) Per saperne di più: M. Rossi, Le streghe della notte, Unicopli; G.P. Milanetti, Le streghe della notte, IBN Edit.

Elena Rasera la partigiana Olga operaia della OLAP

Elena Rasera, la partigiana Olga

Elena Rasera, la partigiana Olga

La OLAP, ossia Officine Lombarde Apparecchi di Precisione, sin dagli anni della Prima Guerra Mondiale faceva parte del gruppo tedesco Siemens. Lo stabilimento si trovava tra piazza Piola e via Spinoza.
Durante la Seconda Guerra Mondiale la fabbrica contava ben tremila operai di cui millesettecento donne.
La OLAP costituiva un complesso tra i più importanti, per il particolare tipo di produzione strettamente legata alla guerra: strumentazioni di altissima precisione per radiofonia e telefonia.
Nel corso del dopoguerra lo stabilimento è trasferito e al suo posto viene costruito in via Spinoza un supermercato GS.
Una lapide, collocata sul muro del supermercato, ricorda oggi i lavoratori della fabbrica caduti per la libertà: Ugo Armani, Gilberto Carminelli, Enrico Ferrari, Giovanni Ferrario, Venerino Mantovani, Marco Roveda, Sergio Serafini, Mario Sordini.

raseraquatLe vicende della fabbrica, durante gli anni della dittatura fascista e della Resistenza, ci vengono raccontate da Elena Rasera, la partigiana Olga, che oggi ha 100 anni e che di recente siamo andati a festeggiarla nel centro anziani dove dimora.
Elena entra, con la sorella Lina, alla OLAP nel 1935, all’età di 21 anni, dopo essersi trasferita a Milano, dal suo paese di Santa Giustina Bellunese.
Di famiglia antifascista: il padre era un vecchio socialista, che aveva partecipato all’impresa d’Abissinia e alla guerra di Spagna.
Elena oggi vive a Milano, in una casa di cura per anziani in via Mecenate. Sopra il suo letto nella stanza, che condivide con un’altra signora, ha appeso il diploma d’onore di partigiana combattente, conferitole nel settembre del 1984 dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini. E custodisce gelosamente, tra le proprie cose, il libro-intervista della sua storia.
Queste alcune pagine della sua vicenda partigiana.

Come entrò a far parte della Resistenza?
“Un giorno un impiegato della ditta, un uomo che aveva già una cinquantina d’anni, mi disse: ‘Elena sapresti farmi una bella stella?’ Un po’ ingenuamente, risposi: ‘Ma come la vuoi questa stella ?’ ‘La voglio bella rossa’. Gli feci la stella e nel consegnargliela, scherzando gli chiesi: ‘Ma dove la mandi questa stella, la doni forse a qualche tua morosa oppure la doni a tua moglie?’ Allora lui, molto serio mi disse: ‘La mando ai partigiani’. Poi soggiunse: ‘Sai, vi sono anche delle donne che lavorano per i partigiani.’
Così il Mambrini, come si chiamava quel bravo impiegato, con quello stratagemma mi aveva abbordata e saggiata nello stesso tempo la mia disponibilità a lavorare nella lotta clandestina. In quei mesi, eravamo ormai in pieno inverno del 1943, fui messa a contatto della Emma Gessati “Maria”, la quale curava l’organizzazione femminile, quella stessa che in seguito doveva diventare l’organizzazione dei Gruppi di Difesa della Donna che operava in una vasta zona, partendo dalla fabbrica Innocenti di Lambrate arrivava sino alla Redaelli di Rogoredo.”

In fabbrica, oltre ad Elena Rasera, responsabile delle donne, agiva anche Gilberto Carminelli che venne poi fucilato il 21 gennaio 1945 a Cima di Porlezza, con altri cinque giovani. Carminelli era uno dei capi-gruppo della OLAP, nella quale si muoveva tutto un movimento sotterraneo. Vi erano, inoltre, Del Negro Giuseppe “Oslavio” ed Ercolani “Disnam”. Tutti questi patrioti facevano parte della 116a Brigata Garibaldi Distaccamento OLAP, a capo del quale vi era Losavio Antonio, un impiegato del reparto contabile, che era di Città degli Studi.

Ci racconti del famoso sciopero alla OLAP?
“Fui io ad organizzare lo sciopero del marzo 1944 in fabbrica, vi aderirono circa cinquecento donne tra cui di nuovo la Giuseppina Testa, la Rina, l’Angela Bruschi e la Bruna Caselli. Nel corso dello sciopero, dopo aver tolto la corrente, furono prima le donne ad uscire proteggendo così gli uomini che erano più esposti agli arresti e alle rappresaglie.
Poiché l’agitazione faceva leva su rivendicazioni economiche, in una situazione che diventava sempre più penosa dato il prolungarsi della guerra, la partecipazione delle operaie fu veramente notevole.
Poi vi erano anche le violenze che i fascisti e i tedeschi compivano impunemente a Milano. Un giorno, mi ricordo, passando davanti al gruppo fascista di via Andrea del Sarto, sentii le urla dei partigiani che stavano torturando. Alla fine dopo averli uccisi, li esposero per qualche tempo in viale Romagna per ammonire e terrorizzare la popolazione.
Come si possono dimenticare certe scene.”

E della vita partigiana?
“Era una vita randagia, ricordo che quando appunto gli operai della Caproni scesero in sciopero e la direzione fu costretta a dare agli operai tre etti di salsa, tre etti di lardo ed un etto di sale, in quella occasione i compagni mi aiutarono. A volte, quando andavo allo stabilimento Bianchi, nella zona 11 della Città degli Studi, qualche operaio mi faceva avere una scodella di minestra mentre, invece, a volte mi recavo in una panetteria di piazzale Susa dove, la signora Maria, quando riusciva di nascosto, mi consegnava un panino.”

“Ci spostavamo a piedi o in bicicletta, spesso chiedevamo un passaggio agli autisti di autocarri, viaggiavamo sotto il pericolo dei mitragliamenti che gli aerei alleati facevano sulle strade, specie quando vedevano degli autocarri. Tutto questo per portare preziose direttive oppure le lettere con le notizie da casa o dal paese a quelli che stavano in montagna, lettere che contenevano forti parole di conforto per i figli o i mariti che combattevano per la libertà e che mi incoraggiavano a lottare sempre più e sempre meglio.
Erano ore e ore di cammino, con soste pericolose ai posti di blocco, faticose marce in montagna nel durissimo inverno del 1944, sovente cibandoci solo di erbe selvatiche o di radici che trovavamo, non sempre, lungo il tragitto. Questa era la lotta che noi donne combattevamo anche quando, alla fine, dopo giorni e giorni, senza cibo e distrutte nel fisico per la stanchezza accumulata, eravamo costrette a fermarci pur se eravamo consapevoli dell’importanza della nostra missione!”

“La stampa, allora, aveva un’importanza eccezionale, con essa si riusciva a smuovere anche coloro che erano meno convinti della necessità della lotta. Quei piccoli foglietti di carta velina, spesso battuti a macchina in più copie, rappresentavano la guida alla nostra lotta che si stava combattendo contro i nazifascisti.”
“Ricordo, quando ancora lavoravo alla Olap, con quale ansia si attendeva l’arrivo di quei volantini che ci informavano sulla effettiva situazione e ci fornivano le indicazioni per gli scioperi. Nonostante il pericolo che essi rappresentavano, tutti li volevano, le donne poi, se li portavano a casa pur con molta cautela, per farli leggere in famiglia. Si aveva l’impressione che attraverso quei fogli, entrasse nella fabbrica e nelle case una ventata di aria pura.“ (2)

Red

(2) Per saperne di più: G. Perretta, Donne della Resistenza, Elena Rasera: la partigiana “Olga”, Istituto Comasco per la storia del Movimento di Liberazione, Graficoop, Como, 1989.

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La zona di Milano Città Studi ha dato un grande contributo all’antifascismo e alla Resistenza.
L’antifascismo è stato fortemente presente nei grandi quartieri di case popolari come nelle grandi fabbriche: la Bianchi, in viale Abruzzi, la OLAP, in piazza Leonardo Da Vinci, l’Innocenti, a Lambrate, l’Officina ATM di via Teodosio, ma anche nella zona universitaria: al Politecnico, con il rettore Cassinis (poi Sindaco di Milano) e la medaglia d’oro della Resistenza Gianfranco Mattei, e nelle scuole medie superiori: il liceo Carducci, con il prof. Quintino Di Vona, caduto nella Resistenza, il Virgilio (con il prof. Antonio Basso, primo Provveditore agli Studi dopo la Liberazione, il professionale femminile Caterina da Siena, con la prof. Lina Merlin.

La zona ha dato anche un contributo di sangue alla Resistenza: oltre 150 sono i nomi presenti sulle lapidi che ricordano i caduti nelle sue vie e piazze; migliaia sono stati i suoi partigiani presenti nelle formazioni in montagna e i città.

Voglio qui ricordare quattro famiglie antifasciste da me conosciute e a lungo frequentate.

I Venegoni

tesseraPCIIl più importante dei Venegoni è stato Carlo. Carlo Venegoni fu tra i fondatori del PCI nel 1921, delegato al Congresso dell’Internazionale comunista nel 1924 a Mosca.
Con i fratelli Mauro, Pierino e Guido dette vita la Partito Comunista clandestino a Legnano durante il fascismo. Condannato dal Tribunale speciale fascista a 10 anni, ne trascorse in carcere 7 e successivamente altri tre al confino. Con i fratelli divenne combattente nella Resistenza armata.
Fu arrestato e deportato; nel campo di concentramento di Bolzano conobbe Ada Buffulini, che divenne sua moglie nel dopoguerra e dalle quale ebbe tre figli: Mauro Dario e Marina.
Dopo la Liberazione divenne deputato per il PCI, segretario generale della Camera del Lavoro di Milano negli anni ’50 (fui suo biografo ufficiale, in quanto allora lavoravo all’ufficio stampa della CdL), presidente nazionale dell’INCA–CGIL. Nel 1954 feci la campagna per lui nel collegio di Legnano per le elezioni provinciali.
Alla sua morte nel 1983 gli venne intitolata la sezione “25 Aprile” del PCI nel corso di una commemorazione nella sede di via Canaletto, con discorsi di Gianni Cervetti e mio.
Il fratello Mauro era stato torturato e ucciso dai fascisti nel 1944 a Legnano; gli è stata conferita la Medaglia d’oro, a Legnano gli è stata intitolata una via e la locale sezione dell’ANPI.
Il fratello Guido fu senatore del PCI e segretario della FIOM di Milano.
Il fratello Pierino, deportato in Germania, dopo la Liberazione divenne presidente della Sezione ANPI di Legnano.
La moglie di Carlo, Ada, era radiologo: fu anche responsabile femminile della Sezione Serrati del PCI negli anni ’50, della quale ero il segretario. Dopo la sua morte le hanno intitolato una via a Bolzano.
Il figlio Mauro, medico, è stato delegato con me nel 1969 al 9° Congresso del PCI a Bologna.
Dario, giornalista, redattore dell’Unità, ha poi ricoperto la carica di presidente dell’ANED (Associazione Deportati) di Milano.
Marina, radiologa, è stata impegnata in prima persona nei movimenti del ’68.
Carlo abitava in via Dall’Ongaro. Spesso lo portavo a casa con la macchina dalle riunioni sindacali e di partito (non aveva e non guidava la macchina). Soffriva di una grave forma di psoriasi alle gambe.

Gli Scotti

spagnaFrancesco Scotti è stato comandante delle Brigate internazionali in Spagna nel 1936 ed esponente di primo piano della Resistenza in Italia, in Piemonte e Lombardia.
Dopo la Liberazione è stato segretario della Federazione milanese del PCI e presidente dell’ANPI di Milano. Senatore, membro del Comitato Centrale del PCI.
La moglie Carmen, conosciuta in Spagna, è stata attiva dirigente dell’ANPI di Milano.
Il figlio Beppe, medico, ha avuto incarichi importanti in diversi ospedali milanesi. La figlia Giulia, psicologa, ha lavorato in alcuni ospedali e nei Consultori familiari.
Con Francesco ho avuto una lunga frequentazione. Dovetti anche mediare una polemica tra lui e Davide Lajolo (Ulisse), che ha scritto il libro “Il voltagabbana” dove racconta di aver partecipato alla guerra di Spagna dalla parte dei fascisti, per poi ricredersi e diventare partigiano in Italia nelle Langhe e poi giornalista e scrittore, direttore de “L’Unità” e di “Giorni Vie Nuove”. A Scotti non era piaciuto il racconto di Ulisse sulla guerra di Spagna. Nel 1956 Scotti, in quanto presidente della Commissione di controllo della Federazione del PCI, ebbe l’incarico di svolgere una inchiesta sulla sezione Serrati (poi 25 Aprile) e di cui ero segretario, perché accusata di aver criticato la posizione del partito sui fatti d’Ungheria, ma Scotti assolse la sezione. Nel 1967 feci parte con Scotti di una delegazione a Mosca per il 50° Anniversario della Rivoluzione d’Ottobre.
La famiglia Scotti ha abitato in via Tiepolo.

I Vallini

Agenore Vallini, in carcere sotto il fascismo, fu dirigente del PCI clandestino a Milano, prendendo parte attiva alla Resistenza come membro della segreteria della Federazione clandestina del PCI.
logo25apr21La moglie Gianna, partigiana, dopo la Liberazione è stata presidente provinciale dell’API (Associazione pionieri italiani, organizzazione dei ragazzi di sinistra) e successivamente per molti anni presidente della Sezione ANPI “25 Aprile”, della quale fui per oltre 15 anni vice-presidente, fino alla sua morte, dopo la quale la sostituii come presidente della Sezione.
Negli anni ’50 fui ospite con mia moglie nella sua casetta a Casale Corte Cerro, sul Lago Maggiore.
Gianna poi nel 1985 realizzò, con il contributo del Consiglio di Zona 11, il libro “Il lungo cammino della lotta per la libertà”, con la collaborazione di Luciano Raimondi e mia, dedicato alla Resistenza nella zona. Nella dedica Gianna ha scritto “Al caro compagno Libero Traversa con stima, simpatia e con tanto tanto affetto come ad un mio figlio”.
Uno dei due figli, Edio, giovane operaio del TIBB, divenne giornalista e scrittore noto per il suo libro “Operai del Nord”. Il fratello Roberto è stato presidente del circolo “Il quartiere” di Via Amadeo, poi presidente regionale dell’ARCI (Associazione ricreativa culturale) e venne eletto consigliere regionale per il PCI negli anni ’80. Sua compagna divenne Maria Luisa Sangiorgio. deputata del PCI.
Maria Luisa era figlia di un meraviglioso compagno, operaio, alfiere portabandiera dell’ANPI provinciale; da pensionato collaborò con me nell’azienda dove lavoravo.
Di Agenore voglio ricordare il nostro viaggio nel 1971 con una delegazione a Lipsia, nella DDR, per partecipare alla manifestazione del Primo Maggio.
La Famiglia Vallini abitava in via Carlo Forlanini.

I Traversa

antifasciMio padre Benedetto venne a Milano da Bari nel 1909, per lavorare come operaio ebanista alla fabbrica di treni “Meani Silvestri” (Poi diventa OM – FIAT). Si impegnò nel sindacalismo corridoniano (da Filippo Corridoni), e si sposò con mia madre, Nella.
Andò in guerra nel 1915, fu ferito nel 1917 sull’Isonzo. Nel dopoguerra non aderì nel 1919 ai fasci di combattimento fondati da Mussolini (assieme al quale – quand’era socialista – nel 1913 era finito in galera durante uno sciopero). Nel 1920 partecipò alla occupazione della fabbrica e quindi ne venne cacciato.
Aprì un laboratorio di “articoli per belle arti” (per pittori e scultori) in via Pisacane, dove lavoravano anche i figli Andrea ( Nino) e Salvatore (Rino)
Durante il periodo fascista, mio padre era sorvegliato speciale e fu più volte arrestato perché il suo laboratorio era anche un centro antifascista per artisti e pittori milanesi.
Mio fratello Rino è caduto in Russia, nella battaglia del Don nel gennaio 1943 e dove era stato inviato con la Divisione Vicenza.
Mio fratello Nino era a Cefalonia con la Divisione Acqui l’8 settembre 1943. Si salvò dall’eccidio nazista, fuggendo in Grecia dove combatté con i partigiani greci fino alla fina della guerra con il nome di “Capitano Andrea”. Invalido di guerra, fu responsabile della commissione partigiani all’estero dell’ANPI di Milano.
Dopo la caduta dei colonnelli in Grecia, fu invitato ad Atene per ricevere una decorazione da parte di Melina Mercouri, ministro della cultura.
Mia sorella Franca prese parte alla Resistenza con la SAP della fabbrica dove lavorava, la FACE, alla Bovisa. Io entrai nella Resistenza in una formazione di Giustizia e Libertà a Milano, nell’agosto 1944. Il 25 Aprile 1945 partecipai , con mio padre e mia sorella, alla occupazione del Palazzo di Giustizia, entrando nella Polizia giudiziaria al servizio del Tribunale del CLN.
La casa della famiglia Traversa è in via Caronti.

Libero Traversa

striscione

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attività4_optLa Resistenza non fu solo guerra guerreggiata ma impartì ai giovani partigiani che vi parteciparono una educazione ad alti valori morali e civili. Alcuni combattenti delle formazioni “Garibaldi”, appena scesi dalle montagne dell’Ossola ed entrati vittoriosi a Milano, si impegnarono in un’altra difficile battaglia: dare ai giovani che non avevano potuto istruirsi per la guerra o per la povertà l’istruzione necessaria per inserirsi con dignità ed efficacia nel grande processo di ricostruzione fisica, economica e morale dell’Italia.

Come descritto nel precedente articolo, il primo Convitto-Scuola della Resistenza nacque a Milano ad opera di alcuni professori antifascisti, Luciano Raimondi, Claudia Maffioli e Antonio Banfi, e di alcuni giovani partigiani. La prima sede è ad Affori, ma si tratta di una sistemazione provvisoria, e tale risulta anche la sede successiva, nella centrale Via Conservatorio. Sempre alla ricerca di un luogo adatto, i giovani del Convitto trovano uno stabile vuoto in Viale Monza, subito dopo la cerchia ferroviaria, e lo occupano. Si tratta di uno stabile di vari piani, elegantemente arredato e destinato a diventare una delle più prestigiose “case chiuse” della città. I convittori ne coprono con teli gli ampi specchi e i dipinti non precisamente casti, che li distraevano dagli studi. E’ però un immobile di proprietà privata e il legittimo proprietario non tarda a rivendicarlo, sfrattando la scuola e denunciando Raimondi per l’occupazione abusiva. Si verifica allora una sorpresa clamorosa per quei tempi già segnati da un vivo anticomunismo: per difendere la scuola dei partigiani dallo sfratto, la polizia si trova di fronte il parroco della chiesa vicina, a capo un corteo di pie donne; per loro era certamente più apprezzabile una scuola, anche se comunista, che non un postribolo borghese. La partecipazione del clero locale alla salvezza della scuola “rossa” restò oggetto di grande divertimento per tutti gli anni successivi. (altro…)

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sedegiambellinoC’era una volta… e c’è ancora a Milano, al Giambellino, in via Rosalba Carriera, una scuola media che si chiama “Rinascita” ed è intitolata ad Amleto Livi. E’ una storia ormai vecchia, ma di grande valore, da cui scaturisce ancor oggi un importante insegnamento civile e morale per le giovani generazioni; per cominciarla bisogna risalire all’ottobre del 1944.

In Ossola la giovane repubblica partigiana, diventata in poche settimane famosa in Europa per l’alto livello della sua classe dirigente, in piena occupazione nazifascista del paese può mostrare al mondo un’Italia nuova, antifascista, democratica e moderna, illuminata in prospettiva da una nuova scuola, eguale per tutti e basata sul sapere scientifico. Ma la reazione è feroce, l’Ossola va riconquistata ad ogni costo, e migliaia di nazifascisti vi convergono, con armi pesanti, carri armati e cannoni che bombardano la mura di Domodossola.

raimondiUn esiguo gruppo di partigiani, comandati dal commissario politico della X Brigata Garibaldi “Rocco”, Luciano Raimondi detto “Nicola”, si trova in alta montagna, all’alpe Valescia, dove sono andati a cercare viveri per alleviare la fame della città assediata. Di fronte all’attacco nemico cercano di resistere, ma l’urto è troppo forte e sono costretti a trasferirsi in Svizzera. Qui per i partigiani comunisti della unità garibaldine viene apprestato un campo speciale sullo Schwarz-See: una specie di lager, comandato da ufficiali svizzeri simpatizzanti delle idee naziste, dove i prigionieri italiani vengono trattati con estrema durezza.

Un operaio che aveva partecipato alla Resistenza nelle formazioni di Beltrami, intervistato nel 1956 da Edio Vallini per il suo libro “Operai del Nord”, (Bari, 1957, p. 110), rende questa testimonianza: “Ho visto che gli svizzeri erano dei veri farabutti con i garibaldini, li provocavano in tutti i modi, anche la popolazione che era stata aizzata contro i comunisti gli voleva male. Ogni tanto i garibaldini reagivano disarmando le guardie svizzere perché li facevano veramente morire di fame tanto che noi nei nostri campi organizzavamo delle collette per dar da mangiare ai garibaldini”. (altro…)

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“Conosci la carta velina?” “Veline? Sì, le conosco bene. La televisione ce le mostra ogni giorno. Ma le veline di carta non sapevo che esistessero.” Così potrebbe risponderci un nostro giovane, ormai uso a TV, computer e sms. Ma chi – come noi – ha qualche anno in più, la “carta velina” se la ricorda bene. La definizione ormai non si ritrova più neppure nei dizionari della lingua italiana, ma si trattava di un foglio sottilissimo di carta praticamente trasparente, che posto sotto la “carta carbone” – altro reperto archeologico e sconosciuto – serviva a riprodurre i testi che si scrivevano a mano o con la storica “macchina da scrivere”.
Perché ricordarla qui? Perché riteniamo che non sia sufficientemente conosciuta l’importanza che questa carta ebbe nell’antifascismo militante: la carta, ben definita dall’aggettivo “velina”, poteva essere molto facilmente accartocciata e ingerita, quando l’antifascista venisse eventualmente arrestato, evitando così che i messaggi e gli appunti della sua militanza finissero in mano ai nemici.

Agenore Vallini

E così è appunto sulla carta velina che anche Elio scriveva i suoi “appunti di lavoro di un rivoluzionario”. Elio, cioè Agenore Vallini, era responsabile del lavoro di massa del PCI di Milano e perciò dirigente politico degli scioperi che si svolsero in città e in provincia fra il 1944 e il 1945.
La storia dei grandi scioperi operai e del loro impatto sulle sorti del regime fascista e della guerra è stata ben studiata e divulgata. Ma quello che esce dalle “veline” di Elio, fortunosamente ritrovate dal figlio Edio, è la storia delle lotte minute e quotidiane che non erano propriamente scioperi ma uno stillicidio continuo di azioni di opposizione, provocato dalla situazione difficilissima in cui si trovava allora ogni italiano.
L’inverno di guerra 1944-45 era stato durissimo: su una popolazione già indebolita da anni di guerra, di paure e privazioni, si era abbattuto un inverno molto rigido, con temperature che arrivavano fino a 15 gradi sotto zero. Non solo mancava combustibile per il riscaldamento, sia nelle case che per le famiglie rimaste senza tetto per i bombardamenti, ma mancava cibo sufficiente a restaurare le forze per affrontare il freddo. (altro…)

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