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Posts Tagged ‘alcide cervi’

L’ intervento di una compagna durante l’assemblea di Sezione ha sottolineato l’indifferenza generale, nei media sia in televisione che sui giornali, che ha accompagnato il ricordo del 70° anniversario della fucilazione dei fratelli Cervi. Proviamo a porre un piccolo rimedio con l’aiuto di un libro, una poesia, immagini e una canzone, iniziamo ricordando i loro nomi:
Gelindo, (nato nel 1901); Antenore (1906); Aldo (1909); Ferdinando (1911); Agostino (1916); Ovidio (1918); Ettore (1921) e infine il loro compagno Quarto Camurri (1921) assieme a loro trucidato

librocervi0001_optQuesto libro che dovrebbe essere adottato nelle scuole per far conoscere ai giovani “una delle massime espressioni letterarie dell’epopea partigiana italiana. Mai nella storia di un popolo, neppure nelle sue leggende, si era avuto il sacrificio di sette fratelli caduti nello stesso istante e per la stessa causa.”
Dalla prefazione del compagno Sandro Pertini: “E’ un piccolo capolavoro di dolcezza, di fierezza e di forza. Una testimonianza della perennità di quei valori della Resistenza ai quali così spesso mi rifaccio come al fondamento del nostro consorzio civile….a combattere in prima fila per difendere la nostra Repubblica democratica che è nata dal sacrificio di migliaia di partigiani come Alcide Cervi e i sette purissimi eroi ai quali egli è sopravvissuto per un disegno non arcano della storia”
Dall’ultima pagina del libro: “……. che i nostri morti ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini. Allora sì, mi sarò guadagnato la mia morte, e potrò dire alla madre dolce e affettuosa, alla sposa mia adorata: la terra non è più come quando tu c’eri, sulla terra si può vivere, e non solo morire di crepacuore. E ai figli dirò: l’Italia vostra è salva, riposate in pace, figli miei.”

Salvatore Quasimodo,  Ai fratelli Cervi, alla loro Italia

…….
Ma io scrivo ancora parole d’amore,
e anche questa terra è una lettera d’amore
alla mia terra. Scrivo ai fratelli Cervi,
dipintocervinon alle sette stelle dell’Orsa: ai sette emiliani
dei campi. Avevano nel cuore pochi libri,
morirono tirando dadi d’amore nel silenzio.
Non sapevano soldati, filosofi, poeti,
di questo umanesimo di razza contadina.
L’amore, la morte, in una fossa di nebbia appena fonda.
Ogni terra vorrebbe i vostri nomi di forza, di pudore,
non per memoria, ma per i giorni che strisciano
tardi di storia, rapidi di macchine di sangue.

http://www.fratellicervi.it/content/view/571/1/

OLYMPUS DIGITAL CAMERA “Mi hanno sempre detto… tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta… la figura è bella e qualche volta piango… ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo.

 

rg

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La famiglia Cervi

Io non ve la posso raccontare, la storia dei fratelli Cervi. Mi prende un nodo alla gola e gli occhi diventano lucidi. Fucilati, tutti e sette, giusto tre giorni dopo il Natale del 1943. Partigiani, certo. Ma prima ancora contadini. Di quei contadini che volevano saper leggere, e scrivere. Per innovare, progredire nel lavoro della terra, nella conduzione delle colture. La famiglia Cervi aveva una biblioteca casalinga.

Babbo Alcide potrà celebrare il funerale dei suoi figli soltanto nell’ottobre del 1945. Le sue parole condensano una vita, e non solo: “Mi hanno sempre detto… tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta… la figura è bella e qualche volta piango… ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo.” Babbo

Babbo Alcide

Alcide muore nel 1970, a 95 anni. Duecentomila persone andranno a Reggio Emilia per dargli l’ultimo saluto, tra loro anche il Presidente Sandro Pertini che scriverà poi che la storia della famiglia Cervi  è “una testimonianza della perennità dei valori della Resistenza, fondamento del nostro civile consorzio “.

In un dibattito a Porta a Porta, Fausto Bertinotti nominò “Papà Cervi” a Silvio Berlusconi, che rispose: “Io sarò felicissimo di conoscere Papà Cervi a cui va tutta la mia ammirazione”. Al che Bertinotti lo informò: “Papà Cervi purtroppo è morto”.

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La guerra, che è ormai giunta in Italia, vede l’autore attivo quale fiancheggiatore  delle formazioni partigiane che operano nell’Appennino emiliano dove si è rifugiato assieme alla moglie, che gli ha dato un figlio, che è stato battezzato da due prigionieri alleati, un francese e un russo, ai quali ha dato rifugio nella sua casa di Gazzano. Scoperto dai fascisti è arrestato e rinchiuso nella cella in cui è trattenuto Alcide Cervi, il padre dei fratelli fucilati il 28 dicembre del 1943. Un distruttivo, quanto provvidenziale bombardamento, demolisce il carcere di Reggio Emilia e permette al lucchese di rifugiarsi in Garfagnana da dove, sopraggiunti gli alleati, si trasferisce a Lucca e poi a Roma.

Storia di partigiani, massacri tedeschi, bombardamenti di città, vita nelle prigioni che trovano unità nell’umanità disperata nel continuo tentativo di sfuggire agli orrori della guerra.

Romanzo autobiografico che descrive la realtà del dramma di un paese e i sentimenti di un popolo sconvolto.

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