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Amintore Fanfani
(intervento del 22 marzo 1947)
amintore_fanfani_senato
Così è nato il nostro testo… che dice:“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”….
…Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui e si afferma invece che essa si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare in uno sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale….

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Piero Calamandrei
(da un discorso all’Assemblea Costituente, 1947)
piero_calamandrei_2…Non bisogna dire, come da qualcuno ho udito qui, che questa è una Costituzione provvisoria che durerà poco e che di qui a poco si dovrà rifare. No: deve essere una Costituzione destinata a durare. Dobbiamo volere che duri; metterci dentro la nostra volontà…..
…. che in questa assemblea, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri,….ma sia stato tutto un popolo di morti,che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre fila nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti: da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani….. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile, quella di morire, di testimoniare con la Resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno
…Assai poco, in verità, chiedono i nostri morti. Non dobbiamo tradirli.

Umberto Terracini
(da “Come nacque la Costituzione”, 1978)
umbertoterracini… Ma la Costituzione ha indicato nei suoi articoli cosiddetti programmatici, gli obiettivi verso i quali, adoperando i diritti democratici, gli italiani avrebbero dovuto muoversi e condurre le loro lotte….
…di qui il rallentamento, e persino la posizione di stallo, in cui si è trovata l’Italia per circa trent’anni. Di qui però, l’enorme valore dei passi compiuti in avanti, ma sempre come risultato di grandi lotte, che sono costate ai cittadini quel prezzo di vittime e di sangue, che non avrebbe dovuti essere pagato se la Costituzione fosse stata applicata….
…Sì, certamente la nostra Costituzione è valida, può e deve dare ancora molto al popolo italiano.

Oscar Luigi Scalfaro
(da “La mia Costituzione”, 2005)
scalfaroSenza che fosse emanata alcuna norma esplicita. il fascismo aveva di fatto soppresso lo Statuto Albertino…Le istituzioni precedente, dal Comune alla Provincia al Parlamento erano tutte elettive. Ma la dittatura spostò una virgola e disse:“da questo momento vi togliamo l’impegno di votare. Non andate più a votare. Tutte le cariche sono nominate dall’alto”….
….Principi così diversi, e impostazioni culturali così lontane sono riuscite a ascrivere quei primi undici articoli che sono la regola totale e che si chiamano principi fondamentali…certo fu un lavoro eccezionale che produsse una Costituzione non solo tra le migliori dei Paesi democratici, ma ben scritta,asciutta, senza sbavature e chiarissima alla lettura … dove è scritto solo ciò che serve a presentare diritti e doveri, senza aggettivazioni inutili o ridondanti, aiutando così chi legge a comprendere con facilità.

Qui ci sono le regole perché un popolo possa convivere nella pace e nella serenità, in modo costruttivo, collaborativo, solidale. Ci sono le regole per vivere liberi, lavorando e lottando per la giustizia. Ci sono le regole per mantenere viva la pace, al proprio interno e nei rappori con gli altri popoli. In una parola, in questa Costituzione ci sono scritte tutte le regole della democrazia.
Studiala. Amala. Difendila.

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perchèno travaglioDalla seconda di copertina:

“Si tratta di impedire a una maggioranza, che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo, di mutare la Costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea costituente, programmaticamente eletta per questo e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di Stato.”

Lo ha detto, nel 1994, Giuseppe Dossetti.

Un avvertimento che rischia di cadere nel vuoto se, con il referendum di autunno, la legge di revisione costituzionale imposta dal governo Renzi entrasse in vigore con la nuova legge elettorale (l’Italicum). Due “riforme” approvate a colpi di ghigliottine, canguri e altre indegne scorciatoie.

Che cosa diventerebbe la nostra democrazia, se tutto ciò dovesse accadere? Marco Travaglio e Silvia Truzzi smontano a una a una le bugie che i riformatori spacciano da mesi a reti unificate e spiegano le ragioni del NO in questo libretto di pronto intervento. Anzi di pronto soccorso.

No-sign-610x350Dalla quarta di copertina:

PERCHÉ VOTARE NO

La “nuova” Costituzione Renzi – Boschi – Verdini è scritta coi piedi, prolissa e incomprensibile.  L’articolo 70, per esempio, passa da 9 a 439 parole.

2. La Camera avrà deputati per 2/3 non eletti ma nominati dai capipartito. Il Senato 100 senatori nominati dai Consigli regionali tra consiglieri e sindaci, protetti dall’immunità

3. Il primo partito, anche se rappresenta il 20-25% dei votanti, avrà il 54% dei deputati e il suo capo sarà padrone del governo, del Parlamento, del Quirinale, delle Authority e della Rai.

4. Il bicameralismo non è affatto superato: il ping pong dalle leggi Camera-Senato rimane e i sistemi di approvazione passano da 2 a 10. Dal bicameralismo perfetto al bicameralismo confuso.

5. Per le leggi di iniziativa popolare, le firme da raccogliere passano da 50 a 150 mila. Per i referendum (in cambio di un quorum un po’ ridotto) da 500 a 800 mila.

Ps. Se vince il No, Renzi e la Boschi hanno promesso di andare a casa. Quasi quasi...

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Gustavo_Zagrebelsky_1Pubblichiamo ampi stralci di un documento preparato per l’associazione Libertà e Giustizia dal professor Gustavo Zagrebelsky in vista del referendum.

Nella campagna per il referendum costituzionale i fautori del Sì useranno alcuni slogan. Noi, i fautori del NO, risponderemo con argomenti. Loro diranno, ma noi diciamo.

1. Diranno che “gli italiani” aspettano queste riforme da vent’anni (o trenta, o anche settanta, secondo l’estro).
Noi diciamo che da quando è stata approvata la Costituzione – democrazia e lavoro – c’è chi non l’ha mai accettata e, non avendola accettata, ha cercato in ogni modo, lecito e illecito, di cambiarla per imporre una qualche forma di regime autoritario. Chi ha un poco di memoria, ricorda i nomi Randolfo Pacciardi, Edgardo Sogno, Luigi Cavallo, Giovanni Di gelli.pngLorenzo, Junio Valerio Borghese, Licio Gelli, per non parlare di quella corrente antidemocratica nascosta che di tanto in tanto fa sentire la sua presenza nella politica italiana. A costoro devono affiancarsi, senza confonderli, coloro che negli anni hanno cercato di modificare la Costituzione spostandone il baricentro a favore del governo o del leader: commissioni bicamerali varie, “saggi” di Lorenzago, “saggi” del presidente, eccetera. È vero: vi sono tanti che da tanti anni aspettano e pensano che questa sia finalmente “la volta buona”. Ma questi non sono certo “gli italiani”, i quali del resto, nella maggioranza che si è espressa nel referendum di dieci anni fa, hanno respinto col referendum un analogo tentativo, il tentativo che, più di tutti gli altri sembrava vicino al raggiungimento dello scopo. A coloro che vogliono parlare “per gli italiani”, diciamo: parlate per voi.
2. Diranno che “ce lo chiede l’Europa”.
(…) Diteci che cosa rappresenta l’Europa di oggi se non principalmente il tentativo di garantire equilibri economico-finanziari del Continente per venire incontro alla “fiducia degli investitori” e a proteggerli dalle scosse che vengono dal mercato mondiale. A questo fine, l’Europa ha bisogno d’istituzioni statali che eseguano con disciplina i Diktat ch’essa emana, come quello indirizzato il 5 agosto 2011 al “caro primo ministro”, contenente un jpmorganvero e proprio programma di governo ultra-liberista, in materia economico-sociale, associato all’invito di darsi istituzioni decidenti per eseguirlo in conformità. Dite: “ce lo chiede l’Europa” e tacete della famosa lettera Draghi-Trichet, parallela ad analoghi documenti provenienti da “analisti” di banche d’affari internazionali, che chiede riforme istituzionali limitative degli spazi di partecipazione democratica, esecutivi forti e parlamenti deboli, in perfetta consonanza con ciò che significano le “riforme” in corso nel nostro Paese. (…) A chi dice: ce lo chiede l’Europa, poniamo a nostra volta la domanda: qual è l’Europa alla quale volete dare risposte?
3. Diranno che le riforme servono alla “governabilità”.
governabilita(..) “Governabile” è chi si lascia docilmente governare e chiediamo: chi si deve lasciar governare e da chi? Noi pensiamo che occorra “governo”, non governabilità, e che governo, in democrazia, presupponga idee e progetti politici capaci di suscitare consenso, partecipazione, sostegno. In assenza, la democrazia degenera in linguaggio demagogico, rassicurazioni vuote, altra faccia della rassegnazione, e dell’abulia: materia passiva, irresponsabile e facile alla manipolazione. Questa è la governabilità. A chi dice “governabilità” noi rispondiamo: partecipazione e governo democratico.
4. Diranno: ma la riforma è pur stata approvata dal Parlamento, l’organo della democrazia .
Ma noi diciamo: quale Parlamento? Il Parlamento illegittimo, eletto con una legge elettorale obbrobriosa, dichiarata incostituzionale, per l’appunto, per essere antidemocratica (deputati e senatori nominati e non eletti; premio di maggioranza corte-costituzionaleabnorme che ha scollato gli eletti dagli elettori). La Corte costituzionale ha bollato quell’elezione come una specie di golpe elettorale, per avere “rotto il rapporto di rappresentanza” (testuale). È vero che la Corte aggiunse che, per l’esigenza di continuità costituzionale, le Camere così elette non sarebbero decadute immediatamente.
Ma è chiaro a tutti coloro che hanno ancora un’idea seppur minima di democrazia che da quella sentenza si sarebbe dovuto procedere tempestivamente, per mezzo d’una nuova legge elettorale conforme alla Costituzione, a nuove elezioni, per ristabilire il rapporto di rappresentanza. (…) È vero che, scandalosamente, anche da parte delle più alte autorità della Repubblica, dell’informazione e da parte di non poca “dottrina” costituzionalistica, si fa finta che non esista una questione di legittimità che getta un’ombra su tutta questa vicenda, tanto più in quanto, se non vi fosse stato l’incostituzionale premio di maggioranza, sarebbero mancati i numeri necessari per portarla a compimento. (…)
5. Parleranno di atto d’orgoglio politico dei parlamentari, finalmente capaci di “autoriformarsi” senza guardare al proprio interesse .
Noi parliamo, piuttosto, d’arroganza dell’esecutivo. Queste riforme sono state avviate dall’esecutivo con l’impulso di quello che, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell’esecutivo, il presidente della Repubblica; sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all’approvazione scilipoti.jpgdel Parlamento con ogni genere di pressione (minacce di scioglimento, di epurazione, sostituzione dei dissenzienti, bollati come dissidenti), di forzature (strozzamento delle discussioni parlamentari, caducazione di emendamenti), di trasformismo parlamentare (passaggi dall’opposizione alla maggioranza in cambio di favori e posti) fino ai voti di fiducia, come se la Costituzione e le istituzioni fossero materia appartenente al governo, fino a raggiungere il colmo: la questione di fiducia posta addirittura agli elettori, sull’approvazione referendaria della riforma (o me o la riforma, sempre che voglia prendere sul serio un simile proclama da parte di uno che non eccede in coerenza ed eccede invece in spregiudicatezza).
Questo non è il primato della politica, ma delle minacce e degli allettamenti. Se volete parlare di politica, noi diciamo: sì, ma sapendo che è mala politica.
6. S’inorgogliranno chiamandosi “governo costituente”.
wlacostituenteNoi diciamo che il “governo costituente”, in democrazia, è un’espressione ambigua. Sono i governi dei caudillos e dei colonnelli sud-americani, quelli che, preso il potere, si danno la propria costituzione: costituzione non come patto sociale e garanzia di convivenza ma come strumento, armatura del proprio potere. Il popolo e la sua rappresentanza, in democrazia, possono essere “costituenti”. I governi, poiché sono espressione non di tutta la politica, ma solo d’una parte, devono stare sotto la Costituzione, non sopra come credono invece di stare d’essere i nostri riformatori che si fanno forti dello slogan “abbiamo i numeri”, come se avere i numeri, comunque racimolati, equivalga all’autorizzazione a fare quel che si vuole. (…)
7. Diranno che l’iniziativa del governo nelle faccende costituzionali non ha nulla d’anormale e, quelli che sanno, porteranno l’esempio della Francia, del generale De Gaulle e della sua riforma costituzionale del 1962.
degaulleNoi ci limitiamo a porre queste domande: credete davvero d’essere dei nuovi De Gaulle, il capo della Resistenza repubblicana che sbarca in Normandia al momento della liberazione? E di poter paragonare l’Italia di oggi alla Francia d’allora? La riforma francese aveva alla sua base le idee costituzionali enunciate “disinteressatamente” nel 1946 a Bayeux, guardando lontano e radicandosi nel passato della storia della Repubblica francese. Noi abbiamo invece testi raffazzonati all’ultima ora, la cui approvazione si è resa possibile per equivoci compromessi concettuali e lessicali, proprio sul punto centrale della riforma del Senato. (…)
8. Diranno che, anche ad ammettere che la riforma abbia avuto una genesi non democratica e un iter parlamentare telecomandato nei tempi e nei contenuti, alla fine la democrazia trionferà nel referendum confermativo.
benecomuneNoi diciamo che la riforma forse sottoposta al giudizio degli elettori porta il segno della sua origine tecnocratica unilaterale e che il referendum richiesto dallo stesso governo che l’ha voluta lo trasformerà in un plebiscito. Non si tratterà di un giudizio su una Costituzione destinata a valere negli anni, ma di un voto su un governo temporaneamente in carica. (…) Avremo una campagna referendaria in cui il governo avrà una presenza battente, come se si trattasse d’una qualunque campagna elettorale a favore di una parte politica, e farà valere il “plusvalore” che assiste sempre coloro che dispongono del potere, complice anche un’informazione ormai quasi completamente allineata.
9. Diranno che non c’è da fare tante storie, perché, in fondo si tratta d’una riforma essenzialmente tecnica, rivolta a razionalizzare i percorsi decisionali e a renderli più spediti ed efficienti.
Noi diciamo: altro che tecnica! È la razionalizzazione d’una trasformazione essenzialmente democraziatenieseincostituzionale, che rovescia la piramide democratica. Le decisioni politiche, da tempo, si elaborano dall’alto, in sedi riservate e poco trasparenti, e vengono imposte per linee discendenti sui cittadini e sul Parlamento, considerato un intralcio e perciò umiliato in tutte le occasioni che contano. La democrazia partecipativa è stata sostituita da un sistema opposto di oligarchia riservata. (…) Le “riforme” costituzionali sono in realtà adeguamenti della Costituzione a questa realtà oligarchica. Poiché siamo per la democrazia, e non per l’oligarchia, siamo contrari a questo adeguamento spacciato come riforma.
10. Diranno che i partiti di sinistra, già al tempo della Costituente, avevano criticato il bicameralismo (cuore della riforma) e che perfino Pietro Ingrao, ancora negli anni 80, si espresse per l’abolizione del Senato.
calamandrei-verdiniNoi diciamo: andate a leggere i resoconti di quei dibatti e vi renderete conto che si trattava, allora, di semplificare le istituzioni parlamentari per dare più forza alla rappresentanza democratica e fare del Parlamento il centro della vita politica (si parlava di “centralità del Parlamento”). La visione era quella della democrazia partecipativa o, nel linguaggio di Ingrao, della “democrazia di massa”. Oggi è tutto il contrario: si tratta di consolidare il primato dell’esecutivo emarginando la rappresentanza, in quanto portatrice di autonome istanze democratiche. (…)
11. Diranno che siamo come i ciechi conservatori che hanno paura del nuovo, anzi del “futuro-che-è-oggi”, e sono paralizzati dal timore dell’ “uomo forte”.
Noi diciamo che a noi non interessano “riforme” che riforme non sono, ma sono “consolidazioni” dell’esistente: un esistente che non ci piace affatto perché portatore di donnecostituentedisgregazione costituzionale e di latenti istinti autoritari. Questi istinti non si manifestano necessariamente attraverso l’uso esplicito della forza da parte di un “uomo forte”. Questo accadeva in altri, più primitivi tempi. Oggi, si tratta piuttosto dell’occupazione dei posti strategici dell’economia, della politica e della cultura che forma l’ideologia egemonica del momento. Questo è ciò che sta accadendo manifestamente e solo chi chiude gli occhi e vuole non vedere, può vivere tranquillo. Si tratta, per portare a compimento questo disegno, di eliminare o abbassare gli ostacoli (pluralismo istituzionale, organi di controllo e di garanzia) che frenano il libero dispiegarsi del potere che si coagula negli organi esecutivi. Non occorre eliminarli, ma normalizzarli, ugualizzarli, standardizzarli, il che significa l’opposto del far opera costituente.
12. Diranno che siamo per l’immobilismo, cioè che difendiamo l’indifendibile: una condizione della politica che non ha mai toccato un punto così basso in tutta la storia repubblicana, mentre loro vogliono rianimarla e rinnovarla.
costituente ieri-oggiNoi opponiamo una classica domanda alla quale i riformatori costantemente sfuggono: sono più importanti le istituzioni o coloro che operano nelle istituzioni? La risposta, che sta non solo in venerandi scritti sulla politica e sulla democrazia – che i nostri riformatori, con tranquilla e beata innocenza mostrano d’ignorare completamente – ma anche nelle lezioni della storia, è la seguente: istituzioni imperfette possono funzionare soddisfacentemente se sono in mano a una classe politica degna e consapevole del compito di governo che è loro affidato, mentre la più perfetta delle costituzioni è destinata a funzionare malissimo in mano a una classe politica incapace, corrotta, inadeguata. Per questo noi diciamo: non accollate a una Costituzione le colpe che sono vostre. (…)
13. Diranno: non ve ne va bene una; la vostra è una opposizione preconcetta. Non siete d’accordo nemmeno sull’abolizione del Cnel e la riduzione dei “costi della politica”?
No-sign-610x350Noi diciamo: qualcosa c’è di ovvio, su cui voteremmo pure sì, ma è mescolato, come argomento-specchietto, per far passare il resto presso un’opinione pubblica orientata anti-politicamente. A parte il Cnel, che in effetti s’è dimostrato in questi anni una scatola quasi vuota, la riduzione dei costi della politica avrebbe potuto essere perseguito in diversi altri modi: riduzione drastica del numero dei deputati, perfino abolizione pura e semplice del Senato in un contesto di garanzie ed equilibri costituzionali efficaci. Non è stato così.
Si è voluto poter disporre d’un argomento demagogico che trova alimento nella lunga tradizione antiparlamentare che ha sempre alimentato il qualunquismo nostrano. Avere unificato in un unico voto referendario tanti argomenti tanto diversi (forma di governo e autonomie regionali) è un abile trucco costituzionalmente scorretto, che impedisce di votare sì su quelle parti della riforma che, prese per sé e in sé, risultassero eventualmente condivisibili. Voi dite di voler combattere l’antipolitica, ma proprio voi ne esprimete l’essenza. (…)
14. Diranno: come è possibile disconoscere il serio lavoro fatto da numerosi esperti, a incominciare dai “saggi” del presidente della Repubblica, passando per la Commissione governativa, per le tante audizioni parlamentari di distinti costituzionalisti, fino ad approdare al Parlamento e al ministro competente per le riforme costituzionali. Tutto ciò non è per voi garanzia sufficiente d’un lavoro tecnicamente ben fatto?
(…) Le questioni costituzionali non sono mai solo tecniche. A ogni modifica della collocazione delle competenze e delle procedure corrisponde una diversa allocazione del potere. Nella specie, ciò che si sta realizzando, per l’effetto congiunto della legge elettorale e della riforma costituzionale, è l’umiliazione del Parlamento elettivo davanti all’esecutivo; l’esecutivo, un organo che, non essendo “eletto”, potrà derivare dall’iniziativa del presidente della Repubblica che, dall’alto, potrà manovrare – come è avvenuto – per ottenere la fiducia della Camera.
art70Quanto poi alla bontà del testo di riforma dal punto di vista tecnico, ci limitiamo a questo esempio, la definizione delle competenze legislative da esercitare insieme dalla Camera e dal Senato (sì, il Senato rimane, il bicameralismo anche e, se la seconda Camera non si arenerà su un binario morto, i suoi rapporti con la prima Camera daranno luogo a numerosi conflitti): “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per (sic!) le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’art. 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella (?) che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore e di cui all’art. 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116 terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma”.
Se questo pasticcio è il prodotto dei “tecnici”, noi diciamo che hanno trattato la Costituzione come una legge finanziaria o, meglio, come un Decreto milleproroghe qualunque: sono infatti formulati così.
Quanto ai contenuti, come possono i “tecnici” non aver colto le contraddizioni dell’art. 5, noto perché su di esso si è prodotta una differenziazione nella maggioranza, poi rientrata. Riguarda la composizione del Senato e non si capisce se i senatori rappresenteranno le Regioni in quanto enti, i gruppi consiliari oppure le popolazioni; non si capisce poi se saranno effettivamente scelti dagli elettori o dai Consigli regionali. Saranno eletti – si scrive – dai Consigli regionali “In conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”. Ma, se queste scelte saranno vincolanti, non ci sarà elezione ma, al più ratifica; se non saranno vincolanti, come si può parlare di “conformità”.
Un pasticcio dell’ultima ora che darà filo da torcere a che dovrà darne attuazione: parallele convergenti, quadratura del cerchio… Agli autorevoli fautori di norme come queste, citate qui a modo d’esempio chiediamo sommessamente: dite con parole vostre e con parole chiare che cosa avete voluto. (…) Questi tecnici non hanno dato il meglio di sé, forse perché hanno dovuto nascondere nell’oscurità l’assenza di chiarezza che ha regnato nella testa di coloro che hanno dato loro il mandato di scrivere queste norme.
Loro non lo diranno, ma lo diciamo noi
Nella confusione, una cosa è chiara: l’accentramento a favore dello Stato a danno delle Regioni e, nello Stato, a favore dell’esecutivo a danno dei cittadini e della loro rappresentanza parlamentare. Orbene, noi della Costituzione abbiamo un’idea diversa: patto solenne che unisce un popolo sovrano che così sceglie come stare insieme in società. “Unisce”? Questa riforma non unisce ma divide. Non è una costituzione, ma una s-costituzione. “Popolo sovrano”?
p2Dov’è oggi svanita la sovranità, quella sovranità che l’art. 1 della Costituzione pone nel popolo e che l’art. 11 autorizza bensì a “limitare”, ma precisando le condizioni (la pace e la giustizia tra le Nazioni) e vietando che sia dismessa e trasferita presso poteri opachi e irresponsabili? È superfluo ripetere quello che da tutte le parti si riconosce: per molte ragioni, il popolo sovrano è stato spodestato. Se manca la sovranità, cioè la libertà di decidere da noi della nostra libertà, quella che chiamiamo costituzione non più è tale. Sarà, al più, uno strumento di governo di cui chi è al potere si serve finché è utile e che si mette da parte quando non serve più. La prassi è lì a dimostrare che proprio questo è stato l’atteggiamento sfacciatamente strumentale degli ultimi anni: la Costituzione non è stata sopra, ma sotto la politica e perciò è stata forzata e disattesa innumerevoli volte nel silenzio compiacente della politica, della stampa, della scienza costituzionale. Ora, la riforma non è altro che la codificazione di questa perdita di sovranità. Apparentemente, la vicenda che stiamo vivendo è una nostra vicenda. In realtà, chi la conduce lo fa in nome nostro ma, invero, per conto d’altri che già hanno fatto il bello e il cattivo tempo nei Paesi economicamente, politicamente e socialmente più deboli e s’apprestano a continuare. Per questo, chiedono governi che non abbiano da dipendere dai parlamenti e, ove sia il caso, dispongano di strumenti per mettere i parlamenti, rappresentativi dei cittadini, nelle condizioni di non nuocere.
Seguiamo questa concatenazione: la Costituzione è espressione della sovranità; se manca la sovranità, non c’è costituzione. La Costituzione e il Diritto costituzionale, con la sedicente riforma costituzionale, s’avviano a mantenere il nome, ma a perdere la cosa. L’impegno per il No al referendum ha, nel profondo, questo significato: opporsi alla perdita della nostra sovranità, difendere la nostra libertà.
Post scriptum: C’è poi ancora un altro argomento che, per la sua stupidità, abbiamo esitato a inserire nella lista di quelli meritevoli d’essere presi in considerazione. È già stato usato ed è destinato a essere ripetuto in misura proporzionale alla sua insensatezza. Per questo, non lo ignoriamo semplicemente, come forse meriterebbe, ma lo collochiamo alla fine, a parte.
15. Diranno: sarà divertente vedere dalla stessa parte un Brunetta e uno Zagrebelsky.
costituzionebellaNoi diciamo: non fate torto alla vostra intelligenza. Come non capire che si può essere in disaccordo, anche in disaccordo profondo, sulle politiche d’ogni giorno, ma concordare sulle regole costituzionali che devono garantire il corretto confronto tra le posizioni, cioè sulla democrazia? In verità, chi pensa di vedere in questa concordanza un motivo di divertimento, e non una seria ragione per dubitare circa il valore dei cambiamenti costituzionali in atto, non fa che confessare candidamente un suo retro-pensiero. Questo: che tra una Costituzione e una legge qualunque non c’è nessuna differenza essenziale; che, quindi, se sei in disaccordo politico con qualcuno, non puoi essere in accordo costituzionale con lui, perché tutto è politica e nulla è costituzione. A noi, questo, non sembra un modo di pensare rassicurante

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salalessiNO_optSala Alessi – Giovedì 17 Marzo 2016

Presentazione Comitati referendari 

Intervento di Roberto Cenati – Presidente ANPI Provinciale di Milano

corriere2giugnoIl 2 Giugno 1946, di cui quest’anno ricorre il settantesimo anniversario, rappresenta una data di estrema importanza per il nostro Paese. Segna l’avvento della Repubblica, frutto della lotta antifascista e della guerra di Liberazione. Il voto repubblicano del 2 giugno 1946 aveva dato la vittoria alla parte più avanzata dell’Italia, a quella parte che aveva assimilato lo spirito della Resistenza e che voleva una Repubblica di progresso, democratica, dove ai lavoratori per primi fosse riconosciuto il ruolo di protagonisti della nuova società, che si erano conquistati, partecipando ai grandi scioperi votodonnedel marzo 1943 e del marzo 1944, per la pace, contro il nazifascismo. Lo stesso giorno in cui il voto popolare decretava la fine della monarchia fu eletta l’Assemblea Costituente, i cui componenti di altissimo livello, furono eletti direttamente dagli uomini e dalle donne che si erano conquistate il diritto di voto con la loro partecipazione alla Resistenza. L’Assemblea Costituente venne investita del compito di dare allo Stato italiano sorto dalle rovine di quello fascista, una nuova Carta calamandreigarronecostituzionale. La Costituzione è dunque nata dalla Resistenza. Piero Calamandrei definiva la Costituzione come Resistenza tradotta in formule giuridiche e la Resistenza è il fondamento storico dello Stato nel quale viviamo, della Repubblica, della democrazia in Italia. “Molti articoli della Costituzione – sottolineava Alessandro Galante Garrone – rivelano la preoccupazione, sentita dai Costituenti, di non ricadere negli errori e nelle vergogne del recente passato, di predisporre le acconcie difese. Ma nella Costituzione appare anche la volontà, l’impegno di trasformare il presente, di camminare in una certa direzione. In un senso e nell’altro – come polemica contro il passato, e come impegno per l’avvenire – la Costituzione è nata dalla Resistenza. La quale, nelle sue ispirazioni più consapevoli, non si propose soltanto di abbattere un regime, ma ebbe di mira un nuovo Stato, una nuova società”.

E la nostra   è una costituzione profondamente antifascista.  In ogni suo articolo esprime principi in contrasto non solo col fascismo in camicia nera, che si sta pericolosamente ripresentando anche nella nostra città, offendendo Milano Città Medaglia d’Oro della Resistenza, ma è in contrasto con tutti i fascismi e gli autoritarismi comunque si presentino.

La divisione dei poteri

In un recente documento della banca d’affari Morgan, vengono indicati i rimedi per la soluzione dei problemi europei: uno stato che funzioni come un’azienda, basta con  la divisione dei poteri, con le Costituzioni antifasciste, basta con le protezioni del lavoro. In tempi più lontani Willy Brandt suggeriva di correggere la democrazia “osando più democrazia”. Secondo la Morgan, invece, il buon funzionamento dell’economia non è un mezzo attraverso cui si cerca di migliorare il benessere collettivo, ma il fine da perseguire a costo di stracciare le garanzie e i diritti di uno stato democratico.

Una prima osservazione da avanzare, spesso dimenticata o rimossa, è che le eventuali revisioni costituzionali sarebbero varate da un Parlamento di non eletti, ma di designati dai partiti, grazie ad una legge elettorale dichiarata incostituzionale.

Alla riforma del Senato, ridotto – per mancanza di una vera elettività e di significative funzioni   ad un rango accessorio ed ininfluente –  si aggiunge una legge elettorale che conferisce un eccessivo premio di maggioranza alla lista che ottiene il 40% dei voti e che prevede una platea con troppi nominati, contrariamente a quanto invocato dalla stessa Corte Costituzionale. L’intreccio tra revisione costituzionale ed Italicum   che prevede, in caso di ballottaggio, di assegnare il premio di maggioranza alla lista più votata, indipendentemente dalla percentuale di voti raggiunta, verrebbe a concentrare il potere sull’esecutivo, conferendo al presunto vincitore la possibilità – senza neppure l’ostacolo del Senato – di governare senza problemi.

MONTESQUIEUUna soluzione fortemente contrastata dall’ANPI, perché, così facendo, si ridurrebbero gli spazi di democrazia, si inciderebbe fortemente sulla rappresentanza dei cittadini, si svilirebbe il ruolo di quel Senato che, in molti Paesi, è addirittura la Camera più “alta”, quella più prestigiosa, dotata di maggiori competenze anche sul piano culturale e scientifico.
I problemi che abbiamo di fronte sono difficili e complessi e richiedono, impegno, rispetto delle regole e della impalcatura costituzionale fondata sull’equilibrio e la divisione dei tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) che sono alla base della democrazia repubblicana. Concezione questa ereditata dall’illuminismo francese e da Montesquieu.

Attuare la Costituzione per cambiare il Paese

Non si può pensare di superare la gravissima crisi recessiva che investe il nostro Paese stravolgendo l’impalcatura fondamentale della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Per cambiare il Paese non si può pensare di “modernizzare”, o meglio stravolgere la Costituzione repubblicana. Il Paese lo si cambia attuando la Costituzione articolo-1-costinei suoi principi e nei suoi valori fondamentali, a cominciare dall’art.1 che recita “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. In una intervista rilasciata il 19 gennaio 1996 al quotidiano “La Repubblica”, il compianto cardinale Carlo Maria Martini manifestava, sin da allora, le sue profonde preoccupazioni per i destini dell’Italia: “L’impulso ad affidarsi a uomini della Provvidenza affiora sempre nei passaggi difficili della storia. Quando le situazioni appaiono troppo complesse, si vorrebbe qualcuno che quasi magicamente tirasse fuori la soluzione. In realtà occorre la pazienza di affrontare i passaggi difficili, utilizzando tutte le persone competenti e di buona volontà senza mitizzare nessuno”.

Battaglia referendaria

Siamo chiamati ad una battaglia referendaria non facile, nella quale dovremo contrastare il richiamo, contenuto nello stesso disegno di legge governativo, alla necessità di tagli alla politica, con la riduzione a cento del numero dei senatori,  in una situazione in cui il distacco dei cittadini dalla cosa pubblica, per gli ormai quotidiani episodi di corruzione, si sta sempre più accentuando. L’ANPI ha deciso nella sua riunione del 21 gennaio 2016, con una maggioranza schiacciante di aderire al Comitato per il NO alla riforma del Senato ed al SI sui quesiti referendari per correggere la legge elettorale al fine di garantire una vera costituzionebellarappresentanza e partecipazione dei cittadini. Abbiamo precisato, in quell’occasione, che i Comitati per il NO alle revisioni costituzionali non dovranno porre la questione in termini politico-partitici, ma evidenziare unicamente la questione della difesa della Costituzione repubblicana e ricercare il coinvolgimento più ampio possibile di Associazioni della società civile, di intellettuali e di personalità del mondo della cultura.

scalfaroOscar Luigi Scalfaro nel libro La mia Costituzione, osservava: “La mia convinzione è che ogni cittadino è garante della Costituzione e se ognuno sente di essere garante, allora la garanzia diventa forte, marcata. Appena ci sono sintomi di fatti e comportamenti che turbano norme e principi, ciascuno deve sentire il dovere di muoversi. Il referendum è l’unica ipotesi di democrazia diretta, in cui il popolo esercita la sua sovranità. Ma quante volte si va a votare con approssimazione? Nel caso del referendum costituzionale il rischio è enorme. Il voto anche su un solo punto della Costituzione non tollera slogan pubblicitari o elettorali. Attenzione dunque. Mille volte attenzione quando si vota la Costituzione. E una Costituzione sbagliata compromette l’oggi e il domani. Bisogna pensare ed essere ben responsabili quando sono in gioco le regole. Nessuno può stare a casa a dormire, come se la cosa riguardasse altri.”

Su questo terremo, nei prossimi mesi, ci dovremo tutti appassionatamente impegnare.

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Riportiamo da Anpi News di questa settimana la notazione al riguardo del Presidente  Nazionale ANPI Carlo Smuraglia

bandieraquirinaleSiamo in attesa dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Non ci associamo al toto nomi, anche se – francamente – c’è da essere scandalizzati del fatto che appaiono e scompaiono, quotidianamente, nomi che potrebbero essere anche idonei a ricoprire quell’alta carica a nomi che davvero al Quirinale non sarebbero ben visti da molta parte del popolo italiano, non perché indegni, ma perché inadeguati.

 costituzione-italianaSecondo la nostra Costituzione, il Presidente della Repubblica ha un ruolo altissimo, di garanzia per tutti e di rispetto e salvaguardia della Costituzione. Occorre, dunque, una figura in grado di riscuotere la fiducia dei cittadini per le sue qualità particolarmente elevate, per i suoi precedenti e per le garanzie personali che offre di essere capace di porsi al di sopra delle parti. Un Presidente, peraltro, che non dovrebbe dimenticare mai di essere al servizio di una Costituzione democratica, nata dalla Resistenza e frutto della lotta, dell’impegno e del sacrificio di tanti per liberare il Paese da una tragica a disastrosa dittatura. Un Presidente che ci rappresenti bene anche all’estero, sempre per le sue qualità superiori.

25aprileCe ne sono, di persone di questa fatta, nel nostro Paese, uomini e donne? Certamente, si; magari non moltissimi, ma ci sono. Ed allora l’auspicio è che si scelga fra questi, non per meschini calcoli di partito o personali e non per accordi più o meno palesi; ma perché convinti di poter essere degnamente rappresentati e garantiti, tutti, maggioranza e opposizioni. Giacché ci sono, mi permetto perfino di sperare che si tratti di una persona democratica e antifascista. Tutto qui; se ciò riuscirà, la nostra Associazione ne sarà felice, soprattutto per la salvaguardia dei valori di cui è portatrice

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Tante persone nelle piazze d’Italia a gridare lo sdegno per l’attentato alla Costituzione e alla scuola pubblica che il signor B. sta conducendo assieme ai suoi dipendenti.

Anche a Milano nonostante il sabato di Carnevale tanta gente in Largo Cairoli, tra i tanti interventi due letture, che hanno emozionato tutti, due pietre miliari per chi ama la democrazia,  il discorso agli Ateniesi di Pericle (2.500 anni fa) e il Discorso sulla Costituzione tenuto da Piero Calamandrei nel 1955.

Ne proponiamo alcuni brani:

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