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Posts Tagged ‘mostra san vittore’

Di recente un doveroso convegno ha ricordato l’intrepida staffetta partigiana del carcere di San Vittore, suor Enrichetta Alfieri.
librosuora_optAccusata dalle SS di alto tradimento e spionaggio, in favore della Resistenza, finisce il 23 settembre 1944 nelle fetide celle di isolamento dei sotterranei del carcere milanese chiamate i “topi”.
Dopo aver rischiato la fucilazione, suor Enrichetta viene confinata in un campo di internamento della provincia di Bergamo ed evita la deportazione nei lager tedeschi grazie all’intervento del cardinale di Milano Ildefonso Schuster.
In seguito alla Liberazione, suor Enrichetta, chiamata anche “la mamma di San Vittore”, il 7 maggio 1945 è condotta trionfante tra i raggi di piazza Filangieri dal Comitato di Liberazione Nazionale, dove riprende la sua opera al servizio dei detenuti comuni.

Di quella esperienza suor Enrichetta ci lascia Memorie di una ribelle per amore.

Per la raccolta completa degli Scritti della Beata Enrichetta Alfieri si veda:

http://www.incrocinews.it/arte-cultura/suor-enrichetta-alfieri-br-una-donna-che-sper%C3%B2-contro-ogni-speranza-1.84038

Un contributo di Orietta Ferrari Bravo:

Dalla mostra "Il filo dimenticato"

Dalla mostra “Il filo dimenticato”

Nel 2012 ho intrapreso una ricerca sul carcere di San Vittore – in particolare sulla reclusione delle donne e sulle persone che lì operano – con la documentazione che mi ha messo a disposizione un’amica che è entrata nel carcere con il gruppo giovanile della Parrocchia della Misericordia di Bresso che partecipava con canti alle celebrazioni della Messa nell’ambiente cupo della Rotonda – a cui assistevano solo gli uomini detenuti – e nella cappella delle donne dove la Messa era più raccolta e bella, dove trovavano posto detenute e ospiti e il clima era più disteso e, in alcune occasioni, anche gioioso. Non si avvertiva la presenza delle guardie carcerarie (donne).
Da lì i volontari di Bresso avevano possibilità di accesso all’infermeria e ad altri ambienti del carcere.
In particolare tra i vari atti che ho potuto esaminare si evidenzia la lettera che il cappellano del carcere, a distanza di 70 anni dai fatti come se fosse al presente, indirizza a una religiosa la cui presenza è stata significativa in quegli anni lontani 1943–1945, realtà testimoniata anche dal libro: Sei petali di sbarre e cemento di Antonio Quatela.
In quella che viene indicata come “lettera aperta” a Suor Enrichetta Alfieri, il cappellano presenta la donna come figura di oggi e ne sottolinea l’attualità del suo operare in favore dei detenuti, che fu determinante per la sorte di uomini e donne reclusi nel carcere per imputazioni che durante l’occupazione nazista riguardavano la razza, l’appartenenza religiosa, la sessualità e per le idee politiche non in linea con il fascismo.
Lo scritto vuole sottolineare l’attualità dell’impegno e della dedizione della religiosa alla causa dei perseguitati. Viene citata come importante e unica presenza femminile che si era esposta in maniera rischiosa e provocatoria per smuovere gli uomini, i maschi, che rappresentavano l’autorità e ricoprivano ruoli di comando, per contrastare la ferocia dei tedeschi e dei fascisti sui detenuti.
Una figura trasgressiva in anticipo sui tempi che si pone ancor oggi come esempio nella difesa della libertà e che esercita una carità rischiosa che mette a repentaglio la sua stessa vita, dedita alla causa dei detenuti.
suorenrichettaLa breve biografia che ho cercato di riassumere, mette in evidenza l’ambiente in cui si è formata.
Enrichetta Alfieri, nasce nel 1891 a Borgo Vercelli da genitori cattolici che provvedevano alla famiglia coltivando un piccolo appezzamento di terra.
Sul loro esempio di vita cristiana Maria Domenica, così battezzata, prende i voti nel marzo del 1913. Poco dopo consegue il diploma di abilitazione magistrale. Diviene Superiora della Comunità nel carcere di San Vittore dove le suore prestano la loro opera per il bene delle detenute.
Scrive il cappellano: “…sei stata marchiata con il n° 3209 per una tua trasgressione in favore dell’altro, del misero, dello straniero. Conta più la matricola che la tua identità. La tua è di quattro numeri. Oggi siamo arrivati al numero 142073. Detenuti, agenti, medici, esprimevano solidarietà quando sei finita nel Tombone: quella cella fetida nei sotterranei di San Vittore. Ti hanno chiamato mamma, angelo, sorella di San Vittore. Anticipavi i tempi vedendo l’abolizione del carcere.”
Nel luglio del 1943 per una violenta rivolta in carcere e a causa dei bombardamenti aerei, le suore vengono allontanate. Quando i tedeschi assumono il controllo dell’Italia settentrionale e di Milano, carcere di San Vittore compreso, le suore riprendono il loro servizio schierandosi con i detenuti, a loro rischio contrastando la ferocia degli aguzzini nazisti. La religiosa viene arrestata con l’accusa di spionaggio perché si prodiga per mettere in salvo persone indiziate e rischia la deportazione in Germania.
Il cardinale di Milano Alfredo Ildefonso Schuster intercede per lei e ottiene che la suora sia internata nel “campo di internamento” presso il Convento delle Suore delle Poverelle di Grumello al Monte (Bergamo) e successivamente internata presso la Casa Provinciale delle Suore di Carità di Brescia, dove scrive le memorie di quei giorni, fonte preziosa in futuro perché le suore del carcere avevano distrutto i documenti che potevano compromettere la Superiora e loro stesse.
Pochi giorni dopo la liberazione di Milano, un’automobile inviata dal CLN la riporta trionfalmente nel carcere di San Vittore attesa e richiesta dai detenuti. Riprende a servire.
Muore nel 1951 dopo una caduta accidentale (con frattura del femore) in piazza del Duomo, sconnessa per lavori di ripristino.
Negli anni 1995-96 si è svolto il processo di Beatificazione. E’ proclamata Venerabile nel 2001. Beatificazione il 26 giugno 2011.

Orietta Ferrari Bravo

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filoNei giorni scorsi dal 24 al 27 gennaio un intenso incontro al IV raggio di San Vittore  con il progetto e le opere di Alice Werblowsky, semplici grandi lenzuola ricamate dalle detenute di San Vittore in occasione della Giornata della Memoria per le vittime della Shoah.

Un grazie ad Antonio Quatela che ha dato il proprio contributo storico e di passione civile alle scolaresche e ai visitatori che hanno partecipato a questo percorso all’interno dei gironi dell’inferno, i raggi in cui vennero rinchiusi ebrei e oppositori politici negli anni bui dal 1943 al 1945.

Qui il link al blog del giornalista di Repubblica Filippo Azimonti e alla pagina Facebook del Filo dimenticato.

Dal 3 al 10 febbraio la mostra sarà allo spazio Energolab in via Plinio 38.

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