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NUOVO LIBRO SULLE REPUBBLICHE PARTIGIANE NEL 70° ANNIVERSARIO

nunziaNella pur ricca pubblicistica resistenziale mancava una ricerca che offrisse un quadro completo e sistematico delle repubbliche partigiane e delle zone libere che si costituirono nel 1944: quest’anno ne ricorre pertanto il 70° anniversario. Per il loro numero, l’ampiezza territoriale, l’entità delle popolazioni interessate, rappresentarono un evento significativo che non può essere considerato solo un fatto marginale nella storia della Resistenza. La ricerca di Nunzia Augeri ne ripercorre dettagliatamente la storia, includendo anche un’esperienza meridionale di democrazia diretta, in Basilicata.

Nel 1944 già si profila la sconfitta dell’Asse e le truppe nazifasciste che occupavano l’Italia non hanno più il controllo totale del territorio. In molte zone di montagna le popolazioni contadine, riunite nei loro “comuni rustici”, iniziano un’inedita esperienza di libertà. Alcune repubbliche sono effimere e durano solo pochi giorni; la loro breve durata temporale non ne inficia l’importanza storico-politica e agisce comunque in maniera incisiva sull’esperienza quotidiana dei protagonisti. In altre zone libere ci fu il tempo di esprimere una nuova classe dirigente e di sperimentare nuove forme organizzative, fondate su organismi democratici composti da civili scelti mediante libere elezioni.

Fulcro dell’operazione per la costituzione delle amministrazioni civili furono i commissari politici, istituiti nelle formazioni partigiane comuniste, socialiste e del Partito d’Azione; essi agirono su impulso del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, ma i protagonisti assoluti di queste esperienze furono i contadini, che allora rappresentavano il 50% della popolazione italiana. Poveri, ma non di intelletto e dignità, essi seppero riconoscere nella Resistenza la speranza di un futuro di pace e la fine di servitù intollerabili. Le indicazioni legislative scaturite da quelle esperienze di libertà furono recepite dagli estensori della Costituzione repubblicana.

 la copertina e il dorso

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rsz_operaidelnordViene ripubblicato oggi questo libro che il compagno Vallini pubblicò per Laterza nel lontano 1957.

Le ragioni dell’interesse oggi di questa raccolta di storie di operai e operaie che lavoravano, lottavano e maturavano nelle fabbriche milanesi può essere riassunta nell’incipit e nella conclusione della prefazione di Maria Grazia Meriggi:
“Il lettore contemporaneo può rileggere finalmente questa ricerca, appassionante come una narrazione di vite e di storie, Operai del Nord di Edio Vallini. Al momento della sua prima edizione nel 1957 essa inaugurò una serie di ricerche prodotte autonomamente da intellettuali e militanti collocati molto diversamente nell’ambito della sinistra che faceva riferimento ai mondi del lavoro.
……… Il mondo di questi Operai del Nord ha fatto un lungo cammino non univoco. Ripercorrerlo può contribuire a farci riflettere a come riaprire, ancora una volta, la “catena dei perché”.”

E ancora dall’INTERVISTA A EDIO VALLINI di Nunzia Augeri che correda questa edizione:
Come nasce “Operai del Nord”?
Operai del Nord – non sembri un paradosso – nasce in meridione. L’Editore Vito Laterza aveva pubblicato Contadini del Sud di Rocco Scotellaro. Un nome quasi del tutto dimenticato, ma che rappresentò allora – insieme con Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi – la scoperta di un meridione del tutto inedito. Perfino per il celebre film “Rocco e i suoi fratelli” il regista Luchino Visconti scelse quel nome in onore di Rocco Scotellaro, che era morto troppo giovane, a soli trent’anni. Da Contadini del Sud derivò come analogia l’idea di una ricerca sugli “operai del nord”. Ma la decisione di proporre a Laterza la pubblicazione del libro ebbe ragioni molto più profonde che non la similitudine del titolo. Vivendo in fabbrica – infatti dall’età di quindici anni lavoravo come operaio al Tecnomasio Brown Boveri – constatavo quotidianamente una “crisi di fiducia”, crisi che il mio partito – il PCI – e i sindacalisti esterni alla fabbrica non avvertivano pienamente, anzi a volte respingevano come “deviazione ideologica”. Il partito aveva forse per la sua stessa funzione un concetto macroscopico della classe operaia come “massa”, mentre io avrei voluto una maggiore attenzione all’operaio come persona. Per questa mia accentuata attenzione nelle analisi politiche ai valori umani , Vito Laterza in una sua lettera mi definì “non un politico ma un innamorato della politica”.

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